Una giornata di normale eversione. Ieri la presidente del Consiglio ha sguinzagliato i suoi cani e i suoi alleati contro Tiziana Landoni, la giudice per le indagini preliminari di Milano che ha scarcerato Youssef Siher, il trentenne fermato sabato con l’accusa di istigazione a delinquere aggravata dalla finalità di terrorismo in quanto amministratore del Movimento 17 ottobre. Lei ha girato un video per definire la decisione «vergognosa», Matteo Salvini si chiede se in caso di nuovi incidenti pagherà “di tasca sua il giudice”, Antonio Tajani vede in pericolo “la sicurezza del Paese”. Che dimenticabile trio.
Eppure le motivazioni del resto sono inequivocabili: nei suoi post, scrive la gip nell’ordinanza, Siher “non prospetta mai il ricorso ad azioni violente” e le devastazioni del 17 e 18 ottobre a Milano le ignora del tutto: mai progettato azioni violente, appunto. Sarebbe stato difficile progettarle ex post, visto che il gruppo Telegram e il profilo Instagram che gli contestano sono stati creati, si legge sempre nell’ordinanza, dopo quei due giorni di saccheggi. Spogliata della propaganda, l’accusa si riduce a una pagina social aperta: il reato di apertura di pagina social, una roba talmente incredibile che è impossibile raccontarla restando seri.
È una sberla in faccia a un governo talmente incompetente da pensare di levarsi di torno le proteste, e soprattutto il malcontento di un Paese, trovando un islamico qualsiasi buono per essere proposto come colpevole unico: una soluzione scema per elettori scemi. E scemi i giornalisti che hanno tenuto bordone al potere mentre provava a piegare i fatti per dare ragione alle proprie opinioni. Anzi: più che scemi, servi. Infima una presidente del Consiglio che si schianta contro una gip ma soprattutto eversiva, com’è nella natura di questo governo che con le sue radici fasciste comanda perché è incapace di governare, e gli va il sangue alla testa quando la realtà disobbedisce ai suoi ordini.
La seconda sberla in faccia è proprio una gip che smentisce il pubblico ministero, che per Siher chiedeva il carcere: esattamente il contrario di ciò che il governo e i sostenitori del sì hanno ripetuto per mesi, il gip appiattito sull’accusa, per spingere la separazione delle carriere. Quella riforma costituzionale gli italiani l’hanno già bocciata al referendum di marzo, con il 53,7 per cento dei voti, e da ieri appare ancora più inutile.
Ma la giornata ci dice anche altro: Siher, quattro giorni a San Vittore per una pagina social, è diventato il prigioniero politico di un governo eversivo. E con la campagna elettorale alle porte è facile immaginare che dopo di lui ce ne saranno altri.
Buon giovedì.




