A dieci anni dall’entrata in vigore della legge 199 contro il caporalato e lo sfruttamento, la Flai Cgil organizza una giornata di studi, il 4 novembre al Centro Congressi Frentani di Roma per fare un quadro di ciò che funziona e ciò che ancora manca per la piena applicazione di questa norma d’avanguardia, frutto delle lotte dei lavoratori e del sindacato, dopo l’inaccettabile morte sul lavoro di Paola Clemente il 13 luglio 2015 ad Andria. «Con il convegno del 4 novembre vogliamo fare un bilancio di una norma che è stata straordinariamente importante» racconta a Left Giovanni Mininni, segretario generale della Flai Cgil. «L’Italia si è dotata di una legge contro lo sfruttamento del lavoro e il caporalato, che sono due cose ben diverse. Nella semplificazione della comunicazione viene spesso definita soltanto legge contro il caporalato, ma in realtà siamo sicuramente l’unico Paese in Europa, e probabilmente l’unico al mondo, ad avere una legge che contempla una serie così articolata di azioni da mettere in campo contro lo sfruttamento».
La norma non si applica solo all’agricoltura ma anche a molti altri ambiti di lavoro. Lo abbiamo visto di recente per quel che riguarda i rider?
Le procure hanno ormai esteso l’applicazione di questa legge anche ad altri settori produttivi, dimostrando quanto fosse necessaria. La procura di Milano e altre procure hanno giustamente esteso l’applicazione della legge allo sfruttamento dei rider. In quel settore non ci sono i caporali come li intendiamo solitamente, il caporale è la piattaforma, è l’algoritmo che impone tempi e ritmi di lavoro. Per questo si è parlato di caporalato digitale. La figura del caporale, quindi, conta fino a un certo punto, perché in realtà il mandante è sempre l’azienda.

La 199 del 2016 è una legge che continua a dare importanti risposte sul piano penale. Ogni settimana assistiamo all’arresto di un caporale oppure di un datore di lavoro. Purtroppo per quanto riguarda l’agricoltura la parte preventiva è stata attuata soltanto in minima parte.
Uno strumento potrebbe essere la Rete del lavoro agricolo di qualità. A che punto è?
Abbiamo appena superato la metà delle province italiane nelle quali sono state insediate le sezioni territoriali della Rete del lavoro agricolo di qualità: siamo intorno al 60%. Mancano ancora diverse province importanti. E anche dove le sezioni sono state istituite, alcune lavorano con grande difficoltà, perché al loro interno ci sono resistenze. A questo si aggiungono la farraginosità delle procedure e le lungaggini delle istituzioni. Da questo punto di vista, il sistema non si sta dimostrando molto efficace. È un fatto che dobbiamo tenere bene presente.
Esistono ancora le cosiddette paghe di piazza? Chi le decide?
Sì, ancora oggi in alcune zone delle nostre campagne sono le aziende a decidere la “paga di piazza”, come veniva chiamata negli anni Settanta e Ottanta. Di fatto, si tratta di accordi tra importanti produttori agricoli, a volte anche commercianti, che stabiliscono la paga e il salario dei lavoratori in funzione del prezzo al quale intendono vendere i prodotti alla grande distribuzione oppure sui mercati dell’esportazione. Per questo abbiamo difeso la legge con i denti. Qualche anno fa Salvini voleva smantellarla. Per fortuna, in dieci anni, la norma si è consolidata e ormai nessuno pensa più di cancellarla o modificarla. Ma soprattutto si è consolidata un’importante giurisprudenza.
In che modo?
I processi che nascono dalle denunce servono anche a costruire una giurisprudenza alla quale successivamente si deve fare riferimento. Stiamo seguendo con grande attenzione questa evoluzione e possiamo dire con certezza che la legge si sta applicando bene e che si sta consolidando una giurisprudenza che finalmente accende i riflettori sullo sfruttamento del lavoro, nei suoi diversi gradi: dalla semplice irregolarità fino al para-schiavismo e alla riduzione in schiavitù. È un risultato importante raggiunto dal nostro Paese, anche grazie al lavoro delle procure e della polizia giudiziaria, che ha modificato le modalità con le quali conduce le indagini e sta conseguendo risultati significativi.
Chi segnala lo sfruttamento può incontrare difficoltà a trovare successivamente un altro lavoro o a reinserirsi. Quali tutele ha un lavoratore che denuncia?
Questo è uno dei problemi principali, una delle criticità della legge. Ad oggi chi denuncia non ha nessuna protezione, né il lavoratore migrante né quello italiano. [L’articolo 18-ter del Testo unico sull’immigrazione prevede, a determinate condizioni, un permesso di soggiorno per le vittime straniere di sfruttamento lavorativo, ndr.] Rimane esposto alle possibili ritorsioni dell’impresa. È un problema che solleveremo durante il convegno, perché il bilancio di questi dieci anni deve servirci anche a rilanciare la nostra battaglia con maggiore vigore e a individuare gli obiettivi che dobbiamo ancora raggiungere. La questione delle tutele è grande come una casa e a pagarne maggiormente le conseguenze sono i lavoratori migranti, perché sono oggettivamente più vulnerabili. La loro condizione è legata al permesso di soggiorno e a tutta una serie di limitazioni introdotte dalla legge Bossi-Fini. Un lavoratore italiano, bene o male, può riuscire a difendersi. Per un lavoratore migrante, invece, il problema è molto più serio.

Assolutamente sì. Mi auguro, e lo dico con grande convinzione, che questo governo non venga rieletto il prossimo anno. Spero che dal risultato delle elezioni che si terranno l’anno prossimo possa nascere un governo alternativo, di centrosinistra. Una delle prime richieste che gli rivolgeremo, e che avanziamo ormai da tempo, sarà proprio l’abrogazione della legge Bossi-Fini. Del resto è una legge talmente vetusta che bisogna necessariamente metterci mano. Ma dobbiamo comprendere che ormai il problema non è più soltanto la Bossi-Fini. Nel corso degli anni si sono sovrapposte tutta una serie di norme che si ispirano a quella legge e che hanno finito per consolidare un impianto legislativo e una giurisprudenza nei quali l’immigrazione viene considerata essenzialmente un problema di ordine pubblico. Questo è il punto fondamentale. Non a caso, la responsabilità delle politiche migratorie viene affidata prevalentemente al ministero dell’Interno. Ma l’immigrazione non può essere affrontata attraverso una visione securitaria. Deve essere affrontata attraverso una visione di integrazione.
Lei dice da tempo che l’immigrazione dovrebbe essere materia del ministero del Lavoro.
Sì, perché dispone anche degli strumenti necessari per favorire l’integrazione. C’è il tema degli ammortizzatori sociali e potrebbero essere previsti strumenti specifici. C’è tutto il tema dell’avviamento al lavoro, perché l’integrazione passa anche e soprattutto attraverso il lavoro. Ma, oltre alla Bossi-Fini, bisogna modificare tutta una serie di altre norme che si sono consolidate nel tempo.
Il decreto Flussi del governo Meloni prevede 497.550 quote d’ingresso per lavoro nel triennio 2026–2028. Funziona?
Il decreto è un bluff. E non funziona a cominciare dal sistema del click day. Già questo è assurdo. I lavoratori che devono arrivare dall’estero vengono praticamente prenotati da un datore di lavoro. È lui che li chiama e presenta la richiesta per farli entrare in Italia. Successivamente dovrebbe avvenire la formalizzazione del rapporto attraverso gli uffici competenti, generalmente le prefetture e le questure. Con le procedure digitali, monitorare questi passaggi dovrebbe essere possibile.
Ma che cosa accade quando questi lavoratori arrivano in Italia?
Succede che, quando sono fortunati a trovare un’impresa, in oltre il 90% dei casi non vengono riconfermati. L’impresa non conferma la chiamata con un contratto di lavoro, a tempo determinato o indeterminato. A quel punto il lavoratore diventa immediatamente una persona senza diritti, perché senza un contratto non può ottenere il permesso di soggiorno. Cade in una condizione di vulnerabilità e succede quello che sappiamo accadere nelle nostre campagne, ma anche in altri settori.

Le questure lo sanno, le prefetture lo sanno e quindi anche il ministero del Lavoro sa benissimo quante persone sono arrivate. C’è da chiedersi perché nessuno si ponga il problema di capire perché il 90% di queste persone, parliamo di migliaia di lavoratori, finisca nell’irregolarità, nella vulnerabilità e diventi vittima di sfruttamento. Già questo è un enorme buco. E dovrebbe farci riflettere su un’altra questione: potremmo anche modificare radicalmente la Bossi-Fini, ma se lasciassimo in piedi un decreto Flussi strutturato in questo modo, avremmo comunque una normativa che confligge con lo spirito di una nuova legge sull’immigrazione. Ci sono norme nate sulla base della Bossi-Fini che hanno addirittura peggiorato la situazione. E un eventuale governo di centrosinistra avrebbe la responsabilità assoluta di intervenire su tutto questo impianto legislativo.
Tanti agricoltori e autotrasportatori sono scesi in piazza per il costo del carburante e non solo. Nelle precedenti proteste dei trattori il Green Deal era uno dei bersagli. Stavolta la protesta è rivolta all’esecutivo e viene da quello che è il tradizionale bacino del centrodestra?
Condivido pienamente questa considerazione. Abbiamo visto come le proteste siano state raccontate in tv e su molti giornali. E, per quello che risulta direttamente anche a noi, la differenza rispetto al passato è evidente. Ricordo il movimento cosiddetto dei Forconi, che per fortuna si fermò tra Sicilia e Calabria senza andare molto oltre. Ma ricordo anche tutti gli altri blocchi che ci furono e la famosa marcia su Roma dei trattori. Allora denunciammo una cosa stranissima: quei trattori avevano addirittura la polizia che li scortava per farli entrare quanto prima a Roma e portarli fino al centro della città. Stavolta, invece, no. Stavolta hanno intimato ai manifestanti lo scioglimento dei blocchi, sono arrivate le minacce di precettazione per gli autotrasportatori e le denunce per gli agricoltori. Ma c’è anche una differenza nella composizione sociale di queste mobilitazioni.
Cosa distingue queste differenti mobilitazioni?
Nel movimento dei Forconi c’erano anche piccoli agricoltori, perché il problema riguarda da sempre soprattutto le piccole e medie imprese agricole, quelle familiari, con pochissimi lavoratori, che sono in difficoltà. Ma all’epoca partecipavano spontaneamente anche imprese di dimensioni maggiori. Questa volta, per quello che ci risulta direttamente, la stragrande maggioranza dei trattori apparteneva a piccole imprese familiari. Erano soprattutto i produttori che stanno soffrendo davvero. E nel momento in cui è aumentato il costo del gasolio, queste imprese sono tracollate. Ma stavano già soffrendo prima, per ragioni strutturali. Pensiamo, per esempio, alla Pac, la Politica agricola comune, che ormai ai piccoli produttori non dà praticamente più nulla e concentra la stragrande maggioranza delle proprie risorse e dei premi sulle imprese più grandi. E guarda caso, anche stavolta i grandi non si sono ribellati.
Cosa determina le disuguaglianze all’interno del mondo delle aziende agricole in Italia?
Ci sono disuguaglianze prodotte dal funzionamento della Pac e dal modo in cui è strutturato il settore agricolo italiano. Disuguaglianze che poi esplodono violentemente quando arriva un ulteriore aumento dei costi, la famosa goccia che fa traboccare il vaso. L’aumento del gasolio ha fatto esplodere un problema che esisteva già. I piccoli produttori agricoli non riescono più a sostenere la competizione e i costi. Perché non è aumentato soltanto il gasolio. Sono aumentati i fertilizzanti, le sementi, tutti i prodotti necessari all’approvvigionamento delle aziende e che stanno a monte della filiera agricola. E tutto questo è anche il risultato delle scellerate scelte politiche che sono state compiute sulle guerre. Penso alla guerra russo-ucraina, ai bombardamenti sull’Iran, al blocco che interessa due passaggi fondamentali per i traffici commerciali, lo stretto di Hormuz e quello di Bab el-Mandeb. E penso al fatto che questo governo, chino davanti a Trump, abbia sostenuto queste scelte. Noi siamo ancora cobelligeranti nella guerra russo-ucraina, perché continuiamo a mandare armi all’Ucraina. E non hanno mai detto ai cittadini italiani quali armi abbiamo mandato. E siamo sicuramente dalla parte sbagliata nelle guerre del Medio Oriente, perché sosteniamo Israele.
In questo quadro come legge la protesta degli autotrasportatori?
La loro è stata una protesta comprensibile, perché il prezzo del gasolio è aumentato in maniera incontrollata. Ma ha avuto ripercussioni pesanti sui lavoratori di altri settori. Penso soprattutto agli stabilimenti del Sud e all’industria di trasformazione del pomodoro. Diverse grandi aziende hanno dovuto fermare le linee produttive e mettere i lavoratori in ferie forzate. Lo stesso è accaduto nella filiera del latte fresco. Il latte deve essere lavorato il giorno stesso o quello successivo, non può aspettare tre o quattro giorni. Quando sono mancati gli approvvigionamenti a causa dei blocchi, alcune fabbriche si sono fermate. Alla fine, chi paga le conseguenze di tutto questo? Sempre i lavoratori e chi sta in basso. Se non fosse per loro, direi proprio che questo governo se lo merita, perché questa situazione se l’è anche un po’ cercata. La Spagna ha avuto il coraggio di comportarsi diversamente in entrambe le situazioni internazionali di cui parlavo. E abbiamo visto come sia stata capace di compiere un salto importante nello sviluppo delle energie rinnovabili. Noi, invece, rimaniamo ancora ancorati alle fonti fossili. E semmai ci inventiamo questa bella storia del nucleare, però del piccolo nucleare, come se facesse meno male di quello grande. Il problema delle scorie non è risolto. E non lo è né per il grande né per il piccolo nucleare. Se mi permette vorrei aggiungere ancora un tema che mi preme.
Prego, certamente
Vorrei aggiungere una parola di solidarietà a questi ragazzi che stanno scendendo in piazza. Ho letto cose davvero brutte sul loro conto e penso che tutto questo sia strettamente collegato a quello di cui abbiamo parlato. I blocchi degli agricoltori sono stati tolti anche perché sono stati destinati circa un miliardo di euro per sostenere i costi del gasolio. Quelli degli autotrasportatori sono stati sciolti con la minaccia della precettazione. Ma il problema si ripresenterà sicuramente, perché stiamo attraversando una crisi economica spaventosa. E quello che sta accadendo agli studenti che manifestano è un ulteriore sintomo della situazione che attraversa il nostro Paese. Invece Meloni ha pensato bene di costruirsi delle armi di distrazione di massa.
Anche criminalizzando le proteste studentesche?
Sarò pure minoritario, ma voglio dirlo con nettezza e chiarezza: io non ci credo che tutti gli studenti che sono scesi in piazza abbiano spaccato le vetrine. Non ci credo, perché quei ragazzi li ho visti, perché siamo scesi in piazza insieme a loro. Ovviamente penso che quelli che hanno spaccato le vetrine non avrebbero dovuto farlo. È sbagliato, perché così ci si presta immediatamente alle strumentalizzazioni e si finisce per fare un favore proprio a chi, come il governo Meloni, non intende tendere una mano ai manifestanti. Ma quei giovani, insieme ai tantissimi altri che sono scesi in piazza e che vogliono continuare a manifestare senza violenza, vanno ascoltati. Non vanno criminalizzati.
Come valuta l’intervento delle forze dell’ordine?
Io guardo con grandissima preoccupazione a questa risposta securitaria. Abbiamo visto la polizia intervenire addirittura in alcune scuole nei confronti di ragazzini minorenni, semplicemente perché indossavano una felpa nera. Sono state prese le loro generalità e si è arrivati a sbattere il mostro in prima pagina: addirittura un bambino di undici anni. Anche del giovane ricercatore hanno fatto un caso, forzando la legge. Per fortuna abbiamo vinto il referendum sulla giustizia. E il gip ha smontato tutto quello che avevano costruito ad arte: la rappresentazione di un mostro, di un terrorista che preparava addirittura la rivoluzione. Utilizzano parole smisurate, e spesso lo fanno apposta. Perché bisogna creare un clima nel quale la destra pensa di poter vincere le elezioni alimentando la paura, il terrore che instilla attraverso i telegiornali e i giornali amici.
Come rispondere?
Noi dobbiamo fare esattamente il contrario. Dobbiamo stare in piazza, ogni volta che possiamo, a fianco di questi studenti. Credo che anche per il sindacato sia molto importante. Lo abbiamo fatto il 24 ottobre scorso, partecipando in massa, come Flai Cgil, alla manifestazione che si è tenuta a Castel Volturno, in provincia di Caserta. Eravamo più di trecento lavoratori arrivati da tutta Italia. Abbiamo portato i lavoratori agricoli dal ghetto di Borgo Mezzanone, da Brindisi e anche dal Nord Italia. C’erano tanti ragazzi africani che lavorano nelle campagne. Eravamo lì per dire no al Cpr [previsto nell’area del Parco umido La Piana], ma anche per dire no a qualunque altro Cpr, ovunque venga realizzato. Noi abbiamo piena consapevolezza che, quando ci sono manifestazioni nelle piazze, dobbiamo esserci. Anche quando non siamo noi a convocarle. Dobbiamo esserci anche per vigilare. Dobbiamo impedire che si scivoli verso la criminalizzazione del dissenso e la criminalizzazione dei cortei. Io ho vissuto la fine degli anni Settanta e gli anni Ottanta. Ero un giovane studente. Ricordo quando occupavamo le scuole e a un certo punto decidevamo di uscire per manifestare. La polizia ci fermava perché quel corteo non era autorizzato. Ma poi si apriva una trattativa con la Digos e alla fine ci facevano comunque sfilare. In una fase come questa non possiamo pensare che gli studenti debbano andare in questura quindici giorni prima, come prevede la norma per chiedere l’autorizzazione a manifestare. [Per i cortei in luogo pubblico, l’articolo 18 del TULPS prevede che i promotori diano preavviso al questore almeno tre giorni prima, ndr.] È una fase particolare e bisogna comprenderlo, come accadeva anche allora. Perché il dissenso è un diritto. Non è una concessione di qualcuno.

Giovanni Mininni (Flai Cgil): «A fianco dei giovani e con i lavoratori. Il dissenso non si criminalizza»
A dieci anni dalla legge contro il caporalato, il segretario generale della Flai Cgil spiega che cosa è cambiato per chi lavora nei campi e perché denunciare lo sfruttamento può ancora costare il posto. Dalla richiesta di abrogare la Bossi-Fini al corteo contro il Cpr di Castel Volturno, le ragioni di un sindacato che sceglie di stare in piazza anche con gli studenti




