L'alternanza a Netanyahu non può produrre una svolta democratica se continua ad escludere i cittadini palestinesi di Israele e prosegue la politica dell’occupazione di Gaza e della Cisgioradania

Un esame attento dei risultati elettorali in Israele, ormai noti, e del modo in cui vengono interpretati può rivelare non soltanto la natura del dibattito politico e della società israeliana, ma soprattutto il futuro che attende il Paese e l’intera regione.
Una lettura immediata dei risultati elettorali indica una chiara sconfitta del blocco dei sostenitori di Netanyahu e una schiacciante vittoria del blocco dei suoi oppositori, che si definiscono il «blocco del cambiamento». Secondo i risultati definitivi, 67 dei 120 seggi della Knesset israeliana appartengono al blocco degli oppositori di Netanyahu. A prima vista, il verdetto degli elettori è inequivocabile: opposizione a Netanyahu e alla sua politica, accompagnata dalla volontà di rafforzare la democrazia liberale e lo Stato di diritto, nonché di ricomporre le fratture sociali dopo quattro anni di un governo corrotto, polarizzante e divisivo. Di conseguenza, qualsiasi governo che si formi senza rispecchiare la volontà della maggioranza violerebbe un principio fondamentale del sistema democratico e ignorerebbe la volontà degli elettori.

In Israele, tuttavia, i risultati elettorali vengono abitualmente letti in chiave nazionale, talvolta persino apertamente nazionalista, che ne distorce il significato. Un’interpretazione di questo tipo, che nel determinare la composizione del governo non tiene conto dei voti espressi dagli elettori arabi, mette in luce i limiti della democrazia israeliana e le sue distorsioni. Se si interpretano i risultati in chiave nazionale, emerge che il blocco dei sostenitori di Netanyahu ha ottenuto, in realtà, la maggioranza tra la popolazione ebraica, mentre la vittoria oggettiva del blocco dei suoi oppositori, resa possibile dal sostegno dei partiti arabi, svanisce come se non fosse mai esistita.
A questa logica, considerata un principio fondamentale della politica israeliana, si conformano anche i partiti che, a torto, si definiscono «blocco del cambiamento». Nel corso della campagna elettorale hanno dichiarato esplicitamente di rifiutare qualsiasi possibilità di alleanza politica tra ebrei e arabi. Ne consegue che il cambiamento proposto dagli oppositori di Netanyahu si limita alla sostituzione del primo ministro, senza modificare le regole della politica israeliana né l’atteggiamento nei confronti della minoranza araba. Il paradosso dell’adesione dei partiti del «blocco del cambiamento» al discorso nazionalista emerge non soltanto dalla loro indifferenza di fronte al rischio che una minoranza di circa due milioni di persone perda ogni fiducia nella possibilità di migliorare la propria condizione attraverso gli strumenti democratici, ma anche dalla loro disponibilità a rinunciare alla vittoria che essi stessi hanno ottenuto!

Da ciò emerge chiaramente che, se la vittoria del blocco dei sostenitori di Netanyahu tra la popolazione ebraica è evidente, seppure di misura, la vittoria della politica di destra è invece inequivocabile. Tra i partiti del «blocco del cambiamento» figurano forze di destra dichiaratamente contrarie non soltanto a un’alleanza politica tra ebrei e arabi e all’affermazione dell’uguaglianza come principio costituzionale, ma anche fermamente ostili alla soluzione dei due Stati. Alcuni di questi partiti hanno dichiarato esplicitamente il proprio impegno a proseguire l’espansione degli insediamenti e a rafforzare il controllo israeliano sui territori palestinesi. Non c’è dunque da stupirsi del loro fallimento: quando la promessa di cambiamento si riduce a una questione di persone, accompagnata dall’impegno a proseguire la stessa politica, emerge chiaramente quanto siano limitate le reali possibilità di una trasformazione sostanziale.

In fondo, i risultati elettorali sono lo specchio della società che li esprime. La natura del dibattito politico rivela una società che ha adottato una visione del mondo di destra e nazionalista, una parte considerevole della quale respinge persino ciò che resta del carattere democratico di Israele. Per questi settori, l’allontanamento di Israele dall’Occidente è una condizione necessaria per liberarsi di un sistema di valori estraneo, che limita la possibilità di esercitare la sovranità ebraica sul territorio palestinese. Questa tendenza, che al momento appare come un processo storico inevitabile, trasformerà profondamente il volto di Israele e la sua posizione nel mondo: da Paese avanzato, che si considera parte delle democrazie liberali occidentali, a Stato che pone il nazionalismo religioso e la sovranità territoriale al di sopra dei valori universali dell’uguaglianza, dei diritti umani e dello Stato di diritto.
A fronte della forza della destra, i risultati elettorali rivelano la debolezza della corrente liberale in Israele. Se provassimo a contare gli eletti che hanno espresso sostegno alla soluzione dei due Stati e dichiarato il proprio impegno a favore della democrazia liberale, difficilmente arriveremmo a una dozzina. I risultati elettorali, e ancor più il modo in cui vengono interpretati, mostrano quindi quanto sia flebile la speranza che la società israeliana possa far emergere dalle proprie fila un nuovo Frederik de Klerk e quanto la possibilità di un cambiamento in Israele, capace di aprire la strada a un futuro nuovo per l’intera regione, appaia oggi pressoché inesistente.

Israele, tuttavia, non vive in una bolla isolata, e un cambiamento della sua politica è nell’interesse della comunità internazionale nel suo complesso. In queste circostanze, l’Unione europea rimane il principale, se non l’unico, attore in grado di salvare Israele da sé. Non si tratta soltanto di una valutazione politica o di una responsabilità morale: l’articolo 2 dell’Accordo di associazione tra l’Unione europea e Israele stabilisce che il rispetto dei diritti umani e dei principi democratici costituisce un elemento essenziale delle relazioni tra le parti. La verifica condotta dall’Unione europea, che ha rilevato elementi indicativi di una possibile violazione da parte di Israele dei propri obblighi in materia di diritti umani, conferisce a questo impegno una portata concreta. I leader dell’Unione devono chiarire che escludere i partiti che rappresentano la minoranza araba dal governo, per il solo fatto della loro identità nazionale, lede il principio di uguaglianza politica. Devono inoltre chiarire che il perdurare della discriminazione e delle violazioni dei diritti civili fondamentali avrà conseguenze sulle relazioni con Israele. Occorre valutare l’adozione di sanzioni individuali nei confronti dei politici che ricorrono a una retorica razzista e discriminatoria, invocano l’«incoraggiamento dell’emigrazione dei palestinesi» da Gaza – un eufemismo per «incoraggiare l’espulsione» – o promuovono l’annessione e l’espansione degli insediamenti. L’Unione europea deve monitorare attentamente il trattamento riservato alla minoranza araba in Israele, poiché il rispetto dei suoi diritti costituisce una condizione imprescindibile per qualsiasi cambiamento della politica israeliana nei confronti della questione palestinese. Deve inoltre garantire che ogni visita in Israele di un esponente europeo di alto livello comprenda anche un incontro con i rappresentanti della leadership araba e con esponenti della società civile impegnati nella promozione dell’uguaglianza civica e dei diritti umani.

L’Unione europea non può dichiarare il proprio impegno a favore dei principi democratici e dei diritti umani e, al tempo stesso, anteporre i propri interessi politici ed economici agli obblighi sanciti dall’accordo che essa stessa ha sottoscritto.
Da qui deriva la necessità di definire anche i limiti della critica. Un boicottaggio culturale di Israele, che colpisce anzitutto la corrente liberale, la cui debolezza è emersa dai risultati elettorali, costituisce una benedizione per la destra nazionalista, che già rifiuta la cultura occidentale. Basta osservare la soddisfazione con cui i politici di destra hanno accolto l’annuncio dell’Unione europea di radiodiffusione relativo alla possibile esclusione di Israele dall’Eurovision Song Contest per comprendere come l’isolamento culturale possa alimentare la propaganda nazionalista. Ciò non significa che l’Europa debba astenersi dall’adottare misure, ma che l’Unione europea deve distinguere tra pressioni mirate sui responsabili delle violazioni dei diritti umani e della perpetuazione dell’occupazione e della discriminazione sul piano dei diritti civili, da un lato, e misure generalizzate che rischiano di rafforzare proprio le forze che intende indebolire, dall’altro.

La vera prova della democrazia israeliana non riguarda soltanto chi formerà il governo, ma anche la capacità di Israele di riconoscere tutti i suoi cittadini come membri a pieno titolo della comunità politica e su un piano di parità, i palestinesi come titolari di diritti nazionali e il compromesso politico come condizione per un futuro più sicuro e giusto. Senza un cambiamento di questo tipo, Israele rischia di continuare a mantenere le forme esteriori della democrazia, allontanandosi al contempo dalla sua sostanza, fino a rendere incolmabile la distanza tra l’immagine che ha di sé e la realtà politica.

L’autore: Ofer Chen è ricercatore presso l’Università di Tel Aviv, dottore di ricerca, critico letterario e culturale e autore di articoli per The Times of Israel. Negli ultimi anni ho pubblicato diversi articoli sulla stampa israeliana e internazionale, anche su testate italiane, affrontando temi come la democrazia, i diritti umani, il nazionalismo e la società israeliana.

 

Fonte foto Wk