Il 5 novembre si celebra la giornata mondiale della lingua romanì, e vista l’occasione abbiamo deciso di intervistare il marionettista rom Rašid Nikolić. Questi è nato nel 1989 in Bosnia da una famiglia mista di etnia rom. L’imminente guerra nell’ex Jugoslavia costrinse lui e la sua famiglia a fuggire in Germania come rifugiati politici, ma poco dopo si ritrovarono in un campo nomadi in Italia, a Torino. Questa esperienza e il suo background culturale ed etnico influenzano profondamente la sua carriera e la sua produzione artistica. Dopo aver imparato a intagliare il legno dal nonno, si è perfezionato nella costruzione di marionette in Ucraina, Francia e Spagna, e dal 2012 è in tournée con il suo spettacolo “The Gipsy Marionettist”, che è anche il suo pseudonimo artistico, che lo aiuta a soddisfare l’immaginee romantica spesso associata al suo popolo, dandogli l’opportunità di relazionarsi con il pubblico e di condividere ciò che la cultura Rom è veramente, senza stereotipi o generalizzazioni. Nel 2018 crea “Freak Show”, per un pubblico adulto, che incontra temi strampalati senza pudore. Dal 2020 è docente di Teatro delle marionette presso l’Accademia Albertina di Belle Arti di Torino, e dall’anno successivo è in grado di mostrare il suo lavoro politico come attivista grazie al suo spettacolo di Stand-up Comedy “Rom VS Tutti”, che con ferocia e ironia distrugge tutti gli stereotipi sulla cultura Rom. Nel 2025 ha vinto il 32° Concorso Artistico Internazionale “Amico Rom”.
Com’è nata la sua passione, poi diventata il suo mestiere, per le marionette?

Cosa può dirci riguardo i suoi spettacoli, e cosa rappresentano le marionette dello scheletro, della danzatrice e della tigre?
Ho due spettacoli principali: “The Gipsy Marionettist”, che porta il mio nome d’arte, e “Freak Show”. Sono due lavori molto diversi, sia per il linguaggio sia per i temi che affrontano. The Gipsy Marionettist è lo spettacolo con cui ho girato il mondo e che, in un certo senso, mi permette di vivere del mio lavoro. È uno spettacolo pensato per le famiglie, che nasce dalla tradizione del teatro di strada, nella sua forma più classica: io sono a terra, il pubblico si dispone in cerchio intorno a me e tutto si costruisce attraverso l’interazione, l’improvvisazione e il contatto diretto con le persone. I protagonisti sono quattro: una ballerina, uno scheletro, una tigre e un gabbiano. Ma questi personaggi non sono semplicemente figure che animano uno spettacolo: rappresentano la mia famiglia. Il gabbiano sono io, lo scheletro è mio padre, la tigre è mia madre e la ballerina è mia sorella. Nello spettacolo racconto la mia piccola famiglia, quella con cui sono cresciuto, che per un periodo è rimasta separata dal resto della nostra famiglia allargata, anche a causa dell’esperienza del campo nomadi in Italia. Attraverso uno spettacolo apparentemente leggero, accessibile a grandi e piccoli, racconto una storia che attraversa la guerra in Jugoslavia, l’arrivo in Italia, l’esperienza dei campi e, infine, il ritorno a una vita in una casa, a una quotidianità che potremmo definire, tra virgolette, normale. Freak Show, invece, nasce da un’esigenza completamente diversa: quella di riportare le marionette a una dimensione più primordiale, liberandole dall’idea che siano necessariamente qualcosa destinato all’infanzia.
In che modo riesce, tramite i suoi spettacoli in giro per l’Europa, a far conoscere, anche solo con alcune parole, la lingua romanì?
Per quanto riguarda la componente linguistica, il mio spettacolo si concentra soprattutto sulla dimensione culturale e sulla creazione di un legame empatico con il pubblico, attraverso il racconto di me stesso e della mia famiglia. All’interno dello spettacolo, però, mi piace anche introdurre alcuni semplici elementi della lingua romanì. Insegno al pubblico poche parole ed espressioni essenziali: i saluti, il «come stai?», le possibili risposte, i brindisi. In altre parole, quelle frasi che rappresentano il primo approccio, il primo passo verso l’incontro con una comunità. L’obiettivo non è soltanto trasmettere qualche nozione linguistica, ma invitare le persone a mettersi in gioco, a provare a utilizzare le parole appena apprese e a superare quella distanza che spesso si crea quando ci si trova di fronte a una cultura che non si conosce.Mi interessa stimolare la curiosità e trasformarla in un gesto concreto di comunicazione: imparare una parola, rivolgere un saluto, provare ad avviare una conversazione. Perché, a volte, l’incontro con una cultura diversa può cominciare proprio da una parola. E quella parola può diventare l’inizio di un dialogo, di una relazione e di una maggiore conoscenza del mio popolo.
Lei è anche un attivista per i diritti rom, può spiegarci quali sono le sue battaglie e come, anche attraverso i suoi spettacoli, combatte il pregiudizio e lo stereotipo verso i rom?
Il mio lavoro, dalle marionette alla stand-up comedy, ruota attorno a un’unica domanda: che cosa significa essere rom? È una domanda che rivolgo a me stesso, prima ancora che al pubblico. Un esempio è “Rom contro tutti”, uno spettacolo a metà strada tra la stand-up comedy e una conferenza antropologica. All’inizio, invito il pubblico a scrivere le proprie domande sulla questione rom su dei bigliettini anonimi, che vengono raccolti in una boccia di vetro. Le domande possono essere di ogni tipo: dalle più grottesche e provocatorie a quelle più serie, legate alla cultura, alla storia e all’identità romanì. A partire da queste domande, si sviluppa un confronto diretto con il pubblico, nel quale utilizzo l’ironia, il sarcasmo e la comicità per decostruire gli stereotipi, mettere in discussione i pregiudizi e, allo stesso tempo, ricostruire insieme nuove possibilità di comprensione. Accanto alla mia attività artistica, il mio impegno si sviluppa anche attraverso il volontariato e la partecipazione a progetti legati all’abitare, alla scuola e all’inclusione sociale. Questo significa lavorare a stretto contatto con le singole famiglie, le comunità e le associazioni, seguendo situazioni concrete e cercando di contribuire alla costruzione di percorsi di cambiamento. C’è poi una dimensione divulgativa e formativa: partecipo a conferenze, incontri e talk nelle università e mi confronto con tutte quelle figure professionali che, nel loro lavoro quotidiano, entrano in relazione con le comunità rom.In definitiva, che io sia sul palco con una marionetta, davanti a un microfono o seduto a un tavolo con una comunità, il mio obiettivo rimane lo stesso: aprire uno spazio in cui possiamo interrogarci su che cosa significhi essere rom, andando oltre gli stereotipi e creando le condizioni per conoscerci davvero.
L’autore: Andrea Vitello collabora con Pressenza, suo il libro Il nazista che salvò gli ebrei (Le Lettere ed.)





