La ribellione al dato e al costituito è una necessità di ogni società. Necessaria perché senza di essa la società muore. La ribellione è quella del nuovo verso il vecchio, quella di ciò che vuole cambiare rispetto a ciò che vuole conservare e ripetere il già visto e saputo.
La ribellione è ricerca di qualcosa di diverso, di sconosciuto. Anelare ad un mondo nuovo e sconosciuto ma sentito e immaginato come possibile e migliore dell’attuale.
È una sensazione e non qualcosa dai contorni definiti e precisi che spinge il ribelle a contestare l’esistente sentito come qualcosa che opprime, che non permette di essere sé stessi. Il conservatore è chi ha il potere e non vuole perderlo, vuole gestirlo e mantenerlo, in una illusione di eternità e di immutabilità che la storia dice non essere la verità.
Le società umane si sono evolute grazie alla ribellione di quelli che hanno avuto idee nuove, che hanno visto là dove era vietato guardare e hanno avuto il coraggio di dire che una vita diversa è possibile.
I conservatori vogliono accecare i ribelli, uccidere la loro sensibilità che li spinge a chiedere ciò che viene detto essere impensabile e impossibile.
È sempre il pensiero del ribelle che preoccupa i conservatori. Per questo fanno di tutto per ridurre la ribellione ad una questione di lotta materiale e di costrizione fisica.
I pochi violenti vengono presi come rappresentanti di tutti “giovani” e a tutti vengono applicati decreti sicurezza che non servono a niente se non a esacerbare lo scontro.
Sono strumenti mediatici per dire “chi si ribella è un violento” e quindi “non dovete ribellarvi”. Ma i decreti sicurezza sono solo un aspetto della campagna mediatica dei conservatori che passa attraverso rappresentazioni più sottili, che arrivano da persone che non si dichiarano conservatori, in comunicazioni dedicate ad un pubblico colto che deve essere mantenuto anestetizzato, non deve iniziare a pensare che ribellarsi sia invece giusto e necessario.
Come, per esempio, Michele Serra che nel salotto buono di Fabio Fazio dice la sua sui giovani tutti presentandosi con un paio di scarpe da ginnastica che sarebbero ciò che essi vogliono veramente e che li spinge a qualunque atto, anche a spaccare una vetrina per impossessarsene. A me sembra evidente l’invidia verso chi sa ribellarsi, come i tanti studenti pacifici che chiedono una scuola migliore e un mondo che non sia ossessionato dai conflitti armati.
Non c’è nessuna ricerca e nessun pensiero, nessun cercare di capire perché c’è una mobilitazione così ampia. Tutto si riduce allo sberleffo, al sopracciglio alzato per dire “sono ragazzate…”. E al contempo dire che i giovani d’oggi sono perduti, non c’è più niente da fare. Pare sentire la lamentela di chi non ha fatto nulla per tutta la vita e di fronte a ciò che non capisce attribuisce il problema a qualcosa che altrettanto non capisce: “Eh, signora mia, tutta colpa dei Social”. Ecco io penso che anche peggio dei decreti sicurezza sia una “cultura” che alimenta solo un chiacchiericcio inutile che fa il gioco dei potenti contro i ribelli.
Li sminuisce, li ridicolizza, li vuole far passare per degli utili idioti del potere. E tutto per mantenere il potere dell’affabulazione, del discorso forbito e del tutto inutile, che non dice niente di nuovo perché non ha nessuna idea di cosa sia il nuovo. Una cultura che si bea del proprio multiculturalismo ma solo quando se ne parla in piazzetta a Capalbio.
La ribellione è prima di tutto nel pensiero che immagina e “sa” di una vita diversa possibile. È un pensiero che porta a rifiutare e ad opporsi a ciò che impedisce questa ricerca.
I ragazzi sono quelli che più di tutti pensano ad una vita che gli permetta di realizzare sé stessi, visto che quella vita ce l’hanno davanti. E questa di per sé è una ribellione che deve essere castrata dal potere, che non vuole in nessun modo venire messo in discussione. Ecco perché il potere vuole che il ribelle venga messo in condizione di non riuscire. Vanno messi ostacoli, va fatto in modo che il ribelle subisca delusioni, si riempia di rabbia e finisca depresso. È il modo in cui il potere fa ricadere sul ribelle la sua incapacità di comprendere e di permettere l’avvento del nuovo. Anche perché il nuovo avrà comunque la meglio sul vecchio, è inevitabile, la storia ce lo dice.
I giovani sarebbero quelli da ascoltare di più invece di insultarli con inutili e soporiferi discorsi paternalistici, che peraltro non ascolteranno.
La ribellione è possibile e necessaria e passa attraverso il rifiuto dei tanti tentativi di manipolazione che hanno lo scopo di far fallire la ribellione. I conservatori hanno paura del nuovo perché non riescono a comprenderlo. Non lo vedono come una realtà possibile, non hanno la fantasia sufficiente per immaginare una vita e un mondo diversi. La loro paura è reale ma è verso qualcosa che non esiste, di completamente irreale. Fanno un pensiero “negativo” verso chi si ribella pensando che essi siano solo dei violenti perché sono quelli che vogliono cambiare il noto e il costituito. Ma loro non riescono a pensare altro al di là del noto e del costituito. Non riescono a pensare che il cambiamento, la trasformazione, non sia necessariamente per una modificazione materiale. Per questo reagiscono in maniera violenta, non hanno altra possibilità di rapporto con la realtà che non sia il fatto materiale. Ma i violenti sono per primi loro che pensano male di chi si ribella. Perché la violenza non è solo fisica. La violenza è pensare qualcosa di falso sugli altri ed è la violenza più terribile perché è invisibile. Come pensare che i ragazzi che vogliono una scuola migliore e un futuro migliore siano in realtà mossi solo dall’avere un nuovo paio di scarpe firmate.
Un murale di Banksy, immagine dal profilo Instagram dell’artista




