I patrioti di casa nostra amano il padrone finché vince

«Di America parliamo in un altro momento», ha detto mercoledì Giorgia Meloni (FdI) all’Altare della Patria, e il momento buono sarà quando l’America tornerà a votare come piace a lei. Sei giorni prima, nell’anticipazione del libro di Bruno Vespa, la presidente del Consiglio giurava di non pentirsi di essere stata “molto vicina” a Donald Trump, e il libro è arrivato in libreria lunedì: la fedeltà è scaduta mercoledì mattina, appena i democratici si sono presi Camera e Senato.

Il vicepremier Antonio Tajani, a febbraio, al Board of Peace per Gaza di Trump a Washington, si era ritrovato sullo scranno il cappellino rosso dei Maga. A marzo, in Senato, rispondeva a chi glielo rinfacciava che era un regalo e che non si vergognava di niente. Ieri ha giurato: «Io non sono mai stato Maga e non lo sarò mai. Mai». Il cappellino, evidentemente, si era iscritto da solo.

E Matteo Salvini che nel 2024 si diceva contento di essere stato fra i pochissimi in Italia a non nascondere la preferenza per Trump, martedì gli ha negato perfino l’in bocca al lupo: «No, lo faccio agli americani». La deputata di Fratelli d’Italia Ylenja Lucaselli spiega che la lezione è innanzitutto per Trump, come se a sperare di candidarlo al Nobel per la pace, a gennaio, fosse stata un’altra.

Trump resta alla Casa Bianca altri due anni e ha perso soltanto il Congresso, eppure a Roma lo trattano come se fosse già un ex. Insomma, i patrioti di casa nostra amano il padrone finché vince e il giorno dopo la sconfitta lo disconoscono perfino in fotografia, quella che a giugno Trump diceva di aver concesso a Meloni per pena.

Buon giovedì.

Foto Gov

Giulio Cavalli
Autore, attore, scrittore, politicamente attivo. Racconto storie, sul palcoscenico, su carte e su schermo e cerco di tenere allenato il muscolo della curiosità. Quando alcuni mafiosi mi hanno dato dello “scassaminchia” ho deciso di aggiungerlo alle referenze.