In Brasile la campagna elettorale ha avuto un grande protagonista: la pallottola. Se le vittorie di Lula e di Dilma Rousseff trovavano nell’inclusione volta alla crescita solidale le loro parole chiave (bolsa familía, fome zero, etc.), lo staff di Jair Bolsonaro, ex militare e candidato della destra, ha sparigliato il gioco, rilanciando il più crudo e, nel contempo, elementare dei concetti: repressione armata come soluzione dei problemi sociali. I simboli traino delle elezioni brasiliane, insomma, sono il fucile, la mitragliatrice, il revolver. Uno dei candidati alla presidenza sconfitti al primo turno, Geraldo Alckmin - conservatore, ma dell’ala liberale - aveva provato a opporre uno slogan alternativo: “Non è con la pallottola che si risolvono i problemi”. E ha miseramente perso. Opposto è, invece, il discorso che le forze reazionarie in Brasile stanno veicolando con crescente successo: è con la pallottola che si risolvono criminalità e corruzione.

Eppure, all’inizio del nuovo millennio il progetto culturale e politico articolato da Lula e dal governo del Partito dei lavoratori (PT) aveva portato ossigeno a una società brasiliana sfiancata dall’iperinflazione: il motto era democratico, redistribuire la ricchezza e diffondere in maniera il più possibile equa il benessere, ripartendo dall’inclusione sociale e dai suoi benefici in senso progressista. I risultati non si sono fatti attendere. Gli equilibri di potere su cui per secoli la società brasiliana si fondava sono stati messi in discussione. E per quasi un decennio tale concezione politica e ideologica ha avuto il vento in poppa. Poi i costanti boicottaggi di gruppi sociali spiazzati e penalizzati dal cambiamento, la crisi, nonché alcuni marchiani errori del PT e della sinistra brasiliana, hanno fatto deragliare tutto.

Il contropiede è stato spietato e su un Lula “padre” degli oppressi (immagine certamente populista, in senso anche deleterio), il quale parlava al cuore degli esclusi, ha preso il sopravvento un piano politico di estrema destra, che ha mirato dritto alla pancia delle classi popolari e della classe media. E in molti, tra i quali anche elettori che in passato avevano votato PT, si sono lasciati sedurre dai richiami di una pericolosa sirena sempre in agguato nella storia latinoamericana, la violenza, che ha una tradizione forte in Brasile, alimentata da tassi di miseria ancora clamorosi. Violenta è stata la repressione degli indios, che ha aperto le porte delle Americhe a un potere coloniale durato oltre tre secoli e perpetratosi nell’autoritarismo oligarchico e nella dittatura militare. Tale primitiva e brutale pulsione la letteratura brasiliana l’ha espressa con straordinaria forza.

Per capire il Brasile profondo – molte delle cui pulsioni negli anni della “ridemocratizzazione” post-dittatura hanno fluito come un fiume carsico, il fiume dell’odio di classe, lo scorrere tetro della rabbia dei dominanti sui dominati – leggere O triste fim de Policarpo Quaresma di Lima Barreto (1911) può, infatti, essere utilissimo. Nella terza parte del romanzo il protagonista Policarpo partecipa alla revolta da Armada di fine ottocento. In quegli anni, scrive Lima Barreto, “le pallottole diventarono di moda. Vi erano spille da cravatta, ninnoli d’orologio, portamatite, che venivano fatti con piccole pallottole di fucile: si realizzavano anche collezioni con pallottole di medio calibro, i cui astucci metallici erano stati sabbiati, lucidati, lisciati per ornare i mobili [...]; le munizioni grandi, i “meloni” e le “zucche”, come erano chiamate, guarnivano i giardini, come vasi di porcellana o statue”.

Era di moda già nel tardo ottocento, la pallottola. Con la crisi dell’era PT – il cui piano era di disarmare i brasiliani (fu realizzato anche un referendum in questo senso), collocando invece l’accento sulla necessità di porre cibo sulla tavola dei cittadini in miseria –, la pallottola torna – dopo un’improvvisa svolta radicalmente reazionaria – a simboleggiare, nell’immaginario di una parte crescente di popolazione, un Paese che a una lotta per il progresso e per la democrazia sembra preferire la retroguardia paranoica.

   

In Brasile la campagna elettorale ha avuto un grande protagonista: la pallottola. Se le vittorie di Lula e di Dilma Rousseff trovavano nell’inclusione volta alla crescita solidale le loro parole chiave (bolsa familía, fome zero, etc.), lo staff di Jair Bolsonaro, ex militare e candidato della destra, ha sparigliato il gioco, rilanciando il più crudo e, nel contempo, elementare dei concetti: repressione armata come soluzione dei problemi sociali. I simboli traino delle elezioni brasiliane, insomma, sono il fucile, la mitragliatrice, il revolver. Uno dei candidati alla presidenza sconfitti al primo turno, Geraldo Alckmin – conservatore, ma dell’ala liberale – aveva provato a opporre uno slogan alternativo: “Non è con la pallottola che si risolvono i problemi”. E ha miseramente perso. Opposto è, invece, il discorso che le forze reazionarie in Brasile stanno veicolando con crescente successo: è con la pallottola che si risolvono criminalità e corruzione.

Eppure, all’inizio del nuovo millennio il progetto culturale e politico articolato da Lula e dal governo del Partito dei lavoratori (PT) aveva portato ossigeno a una società brasiliana sfiancata dall’iperinflazione: il motto era democratico, redistribuire la ricchezza e diffondere in maniera il più possibile equa il benessere, ripartendo dall’inclusione sociale e dai suoi benefici in senso progressista. I risultati non si sono fatti attendere. Gli equilibri di potere su cui per secoli la società brasiliana si fondava sono stati messi in discussione. E per quasi un decennio tale concezione politica e ideologica ha avuto il vento in poppa. Poi i costanti boicottaggi di gruppi sociali spiazzati e penalizzati dal cambiamento, la crisi, nonché alcuni marchiani errori del PT e della sinistra brasiliana, hanno fatto deragliare tutto.

Il contropiede è stato spietato e su un Lula “padre” degli oppressi (immagine certamente populista, in senso anche deleterio), il quale parlava al cuore degli esclusi, ha preso il sopravvento un piano politico di estrema destra, che ha mirato dritto alla pancia delle classi popolari e della classe media. E in molti, tra i quali anche elettori che in passato avevano votato PT, si sono lasciati sedurre dai richiami di una pericolosa sirena sempre in agguato nella storia latinoamericana, la violenza, che ha una tradizione forte in Brasile, alimentata da tassi di miseria ancora clamorosi. Violenta è stata la repressione degli indios, che ha aperto le porte delle Americhe a un potere coloniale durato oltre tre secoli e perpetratosi nell’autoritarismo oligarchico e nella dittatura militare. Tale primitiva e brutale pulsione la letteratura brasiliana l’ha espressa con straordinaria forza.

Per capire il Brasile profondo – molte delle cui pulsioni negli anni della “ridemocratizzazione” post-dittatura hanno fluito come un fiume carsico, il fiume dell’odio di classe, lo scorrere tetro della rabbia dei dominanti sui dominati – leggere O triste fim de Policarpo Quaresma di Lima Barreto (1911) può, infatti, essere utilissimo. Nella terza parte del romanzo il protagonista Policarpo partecipa alla revolta da Armada di fine ottocento. In quegli anni, scrive Lima Barreto, “le pallottole diventarono di moda. Vi erano spille da cravatta, ninnoli d’orologio, portamatite, che venivano fatti con piccole pallottole di fucile: si realizzavano anche collezioni con pallottole di medio calibro, i cui astucci metallici erano stati sabbiati, lucidati, lisciati per ornare i mobili […]; le munizioni grandi, i “meloni” e le “zucche”, come erano chiamate, guarnivano i giardini, come vasi di porcellana o statue”.

Era di moda già nel tardo ottocento, la pallottola. Con la crisi dell’era PT – il cui piano era di disarmare i brasiliani (fu realizzato anche un referendum in questo senso), collocando invece l’accento sulla necessità di porre cibo sulla tavola dei cittadini in miseria –, la pallottola torna – dopo un’improvvisa svolta radicalmente reazionaria – a simboleggiare, nell’immaginario di una parte crescente di popolazione, un Paese che a una lotta per il progresso e per la democrazia sembra preferire la retroguardia paranoica.