Quello che ci propone Stefano Pivato nel libro Alla riscossa! Emozioni e politica nell’Italia contemporanea, (Il Mulino), è un viaggio appassionante. Una narrazione scorrevole tra «colori che fanno rumore», simboli, canti e liturgie laiche; il termine a quo è il 1789: è infatti durante la Rivoluzione francese, che si mettono a punto «miti, simboli e atti liturgici» volti a «far leva sulle emozioni» spingendo così «la gente comune» a «partecipare attivamente alle religioni laiche che si affermano nel corso dell’Ottocento».
A quella francese segue la “rivoluzione dei popoli”, ossia quell’ondata di agitazioni di stampo liberale e democratico che a partire dal 1848 si diffuse in Europa contro i regimi assolutisti e che ripropose, con le dovute variazioni, molti dei rituali e delle simbologie affermatisi durante la Rivoluzione del 1789.
In generale, la rivoluzione è stata una costante mondiale nella storia del Novecento, come osservava Eric Hobsbawm nel capitolo del suo Secolo breve dedicato alla Rivoluzione russa, che anche Pivato riprende nella sua introduzione.
Il 1917 rappresenta, nel calendario della storia dell’umanità (almeno per l’età moderna e contemporanea), uno tra gli eventi di maggiore rilievo, dotato di una potenza, anche simbolica, che mai nessun fatto storico ebbe prima di allora: il 14 luglio è il solo possibile termine di paragone con il 7 novembre, ma la seconda data ha raggiunto un risultato che la Rivoluzione francese non riuscì ad ottenere. Se è vero che anche alla Rivoluzione bolscevica è seguito un periodo di terrore, Stalin, se pure ad altissimo prezzo (a partire dalla distruzione sistematica dei suoi oppositori interni), trionfò e sconfisse l’hitlerismo, rimanendo icona tanto del “socialismo reale” quanto della lotta vittoriosa contro il nazifascismo. E quella memoria fu conservata per decenni al punto che quando il 5 marzo 1953 Radio Mosca trasmise la notizia della sua morte, le cronache registrarono, specie tra i lavoratori e i militanti che avevano identificato in lui la causa del loro riscatto, scene di autentico smarrimento.
Il movimento socialista (e in seguito quello comunista) si servirono sapientemente delle nuove modalità di comunicazione politica attivate a partire dalla Rivoluzione francese: l’esigenza di coinvolgere e “politicizzare” persone che si collocavano tra gli strati sociali meno istruiti, rendeva indifferibile quella necessità.
Si trattava, anche per il Pci di Togliatti, di tradurre il grande lascito simbolico della Rivoluzione di Ottobre nel contesto completamente diverso della Repubblica, sulla quale aveva preso una posizione nettissima, chiarendo che il Partito “nuovo” in costruzione, doveva darsi obiettivi di «democrazia avanzata» e «progressiva».
Fondamentale diventava quindi la messa a punto di una cultura politica diffusa, pregnante e intensa che consentisse di condividere in modo effettivo (e affettivo), valori e pratiche nel nome di un ideale comune, facendoli penetrare nel tessuto del Partito, e facendoli diventare senso comune tra i militanti. Le emozioni diventavano strumenti per la «realizzazione di un progetto perché sono in grado di suscitare un sentimento di amore nei conforti di una causa e di un obiettivo». La vita di partito diventava un tutt’uno con la vita privata. Così era nei momenti di entusiastica partecipazione alle molteplici iniziative: dalla diffusione del giornale ai cortei del Primo Maggio, alle Feste dell’Unità e così era nei momenti difficili. Le feste dell’Unità riproponevano una pratica tramandata dalla Rivoluzione francese ma affermatasi in Italia durante il Risorgimento, quella dei «banchetti patriottici»: condividere il cibo e consumarlo in compagnia, «esprime una volontà solidaristica che sta alla base del partito di riferimento».
L’esito dell’“operazione” togliattiana è raccontato nel paragrafo dedicato ai funerali di Togliatti e Berlinguer, che si collocano a distanza esatta di venti anni l’uno dall’altro: il 1964 per il primo e il 1984 per il secondo e che vedono migliaia e migliaia di militanti partecipare a questo rito collettivo. Il tratto comune è il «richiamo ai militanti al senso di appartenenza, la definizione dei valori centrali della cultura rappresentata dai due defunti e la compostezza dei partecipanti», che sembrano costituire «una metafora della presenza comunista nella realtà italiana».
La trasformazione del funerale in manifestazione politica risale, in Italia, agli anni Settanta dell’Ottocento, quando il corpo del leader defunto si trasforma in un messaggio ai posteri grazie alla «potenza […] della lingua del carisma». In occasione della morte del leader radicale Felice Cavallotti, ucciso in un duello il 6 marzo 1898, «il funerale civile riafferma il suo valore di testimonianza delle idealità politiche e al tempo stesso assurge a rappresentazione di una delle più caratteristiche espressioni della politicizzazione di massa». In quella stessa fase si afferma anche un’usanza che diventerà «parte centrale delle esequie laiche, ossia “l’accompagno”, il corteo che scorta il defunto dalla camera ardente al cimitero». Ad esso si aggiungono l’esibizione dei simboli, delle bandiere, la scelta dei canti che hanno rappresentato la fede politica del defunto, l’orazione funebre, la presenza della banda. In effetti, il funerale e la cura dei morti ebbero grande rilevanza anche nel periodo della Resistenza: partecipare a un funerale, portare un fiore sulla tomba di un partigiano non aveva solo una valenza simbolica, ma diventava un gesto politico a tutti gli effetti. E un gesto politico divenne anche l’episodio che ebbe luogo a Livorno nell’estate del 1922: in quel caso i funerali delle vittime di un incidente sul lavoro si trasformarono in una dimostrazione contro il fascismo.
Anche l’abbigliamento, diventa veicolo di riconoscimento e di affermazione di una certa ideologia. Dal berretto frigio della Rivoluzione francese, fino all’eskimo, il giaccone iconico del 1968, passando dal rigoroso blu che caratterizzava l’abbigliamento degli uomini della Costituente e che trasmetteva «un senso di rispettabilità e discrezione», alle magliette a strisce prêt a porter che avevano riempito gli scaffali dei grandi magazzini alla fine degli anni Cinquanta.
Nel capitolo VI è ripercorsa la nascita del calendario civile e la diffusione di alcuni nomi. In particolare in Italia, dove il processo di politicizzazione si afferma nell’alveo di una cultura contadina fortemente segnata dall’esperienza religiosa, il «nome ideologico» gode di una particolare fortuna. Durante la Resistenza molti partigiani ricamavano sui loro fazzoletti i nomi di battaglia, da Dinamite a Rolando, anche in barba alla legge fascista del marzo del 1928 che aveva previsto la revisione anagrafica di tutti i nomi considerati «sovversivi». Anche quel semplice gesto diventava un’affermazione della riconquistata libertà.
Benché il colore dominante sulla scena politica del secolo scorso sembri essere il rosso (come conferma l’immagine di copertina che riprende il dipinto di Jules Adler, Lo sciopero, 1899), anche il nero del fascismo, che volle collegarlo «alla memoria del combattentismo […] e allo sprezzo del pericolo», il bianco scelto dalla Dc per evocare la purezza e il blu, «che comunica calma», hanno avuto un ruolo fondamentale nella definizione della politica italiana contemporanea.
In anni più recenti, i movimenti che hanno fatto il loro ingresso nell’agone politico, si sono dovuti accontentare dei pochi colori ancora disponibili (a partire dal popolo viola della piazza romana del 2009 del «No Berlusconi day» fino al giallo del Movimento 5 Stelle), ma nella maggior parte dei casi «il nuovo cromatismo che affolla le piazze dopo la scomparsa dei partiti (dalla bandiera della pace all’arancione dei vari movimenti) sembra voler denunciare le insufficienze della sinistra prendendone le distanze». Di più: i movimenti di protesta che si manifestano negli anni Duemila (dai girotondi alle sardine) non ostentano alcun colore, ma affidano la loro visibilità alle agenzie comunicative, confermando così, ancora una volta, la fine del Novecento così come lo abbiamo conosciuto.
L’autrice: Francesca Chiarotto è ricercatrice al dipartimento di Giurisprudenza e scienze politiche economiche e sociali dell’Università del Piemonte Orientale




