C’è una costante che ritorna. La cultura dell’impunità precede sempre le leggi che la normalizzano

Se fanno così pure i garanti, allora il problema ha superato la soglia dell’ipocrisia istituzionale. Perché qui non si parla di un ministero politico, di un sottosegretario distratto o di un portaborse troppo zelante. Qui siamo nel cuore di un’autorità indipendente, nata per vigilare sugli abusi di potere e sulla correttezza dell’uso dei dati. E invece, secondo le carte dell’inchiesta della Procura di Roma, il Garante della Privacy avrebbe trasformato la propria autonomia in una zona franca.

Auto blu usate per spostamenti privati e politici, rimborsi per spese estranee al mandato, carte di credito personali alimentate con denaro pubblico, voli e benefit accumulati mentre i procedimenti scivolano verso sanzioni simboliche. Tutti i membri del collegio indagati, nessuna eccezione. Un sistema, non una svista. E quando emergono i conflitti di interesse, la fotografia si fa più nitida: tessere executive da migliaia di euro offerte da una compagnia aerea sottoposta alla vigilanza del Garante, studi legali incrociati, procedimenti istruiti e chiusi con estrema leggerezza.

Il punto politico è tutto qui. Se persino chi dovrebbe garantire indipendenza, rigore e distanza dal potere si muove con questa disinvoltura, allora il racconto sulla “tecnicalità” delle autorità indipendenti crolla. Non per un’inchiesta giornalistica, ma per i fatti contestati: viaggi, alberghi di lusso, spese personali, incontri istituzionali che sconfinano nel rapporto diretto con i vertici di partito. E sullo sfondo una riforma simbolica: l’abuso d’ufficio cancellato, proprio mentre gli inquirenti lo individuano come possibile reato.

C’è una costante che ritorna. La cultura dell’impunità precede sempre le leggi che la normalizzano. Prima si allargano le maglie, poi si cambia il codice. In mezzo restano le autorità che avrebbero dovuto vigilare e che invece finiscono per assomigliare troppo a ciò che avrebbero dovuto controllare.

Buon venerdì.