Nel nuovo libro di Paolo Di Paolo, Piero Gobetti non è memoria ma presenza: un invito a reagire, perché l’azione è quella forza che «invece di costruire sillogismi crea un mondo nuovo tutti i giorni»

Notte tra il 15 e il 16 febbraio del 1926. Piero Gobetti muore in una gelida Parigi non ancora venticinquenne per delle complicazioni subentrate a seguito di un forte attacco di bronchite. Aveva appena lasciato l’Italia fascista dopo aver subito brutali aggressioni squadriste che ne avevano pesantemente debilitato il corpo, ma non lo spirito. Per Mussolini era uno degli oppositori più irriducibili e temibili, dunque un nemico di cui liberarsi in fretta. Un’eredità preziosa la sua: quella di uomo dalla statura intellettuale e morale fuori dal comune, esemplare.

Nonostante la sua breve vita, fu tutto: teorico della politica, militante, scrittore, editore, marito e padre. Un’esistenza folgorante, bruciata in pochissimi anni sull’altare della libertà. Di Gobetti fa un bel ritratto lo scrittore Paolo Di Paolo nel suo ultimo libro Un mondo nuovo tutti i giorni: Piero Gobetti, una vita al presente, edito da Solferino, dopo aver già pubblicato nel 2013 un romanzo ispirato alla sua biografia, Mandami tanta vita (Feltrinelli), finalista al premio Strega. L’autore torna a ripercorrere la storia di Gobetti mettendo a fuoco i frangenti che ne illuminano il carattere e la fedeltà a certi principi, che il giovane Piero non tradirà mai. Una coerenza pagata a caro prezzo, anche a costo di rinunciare a una vita familiare piena d’amore con una straordinaria compagna, Ada Prospero, e il figlio Paolo, che Gobetti farà in tempo a vedere appena prima del suo esilio in Francia. Paolo Di Paolo nel ritratto dell’intellettuale torinese è bravo nell’evidenziare e coniugare al presente alcuni concetti chiave del suo percorso biografico e umano, a partire dal suo essere giovane e spregiudicato. La “giovinezza” intesa come categoria dello spirito e non come semplice dato anagrafico; come marca della sua visione dell’uomo e della storia estesa e dirompente, refrattaria a ogni compromesso; come nucleo vitale essenziale, per il tempo presente e futuro, e come valore in sé, che gli adulti spesso rimuovono e ricacciano stupidamente indietro con imbarazzo, «quelli che alzano le spalle e sorridono di fronte agli entusiasmi dei figli. Che non prendono sul serio i loro slanci, le loro convinzioni. Le loro speranze», scrive Paolo Di Paolo proprio in apertura del libro.

Per Gobetti crescere sotto il fascismo significò non arretrare e non arrendersi mai, combattere e resistere con idee e azioni; volle dire vivere, sopravvivere, formandosi una coscienza morale e una propria identità di uomo libero.

Del resto, cosa avrebbe potuto fare di diverso uno che aveva studiato a fondo la vita e l’opera di Vittorio Alfieri, di cui pubblicò al suo esordio da editore la filosofia politica e da cui apprese l’arte della ribellione contro ogni forma di tirannide? Lui che aveva potuto

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