Il sistema di inclusione lavorativa è segnato da una profonda frattura tra la norma e la realtà operativa

Nonostante la ripresa delle assunzioni il mercato del lavoro in Italia continua a gestire la disabilità come un “costo” o un obbligo burocratico, spesso ricorrendo a strumenti che rischiano di trasformare la persona in una merce di scambio. Lo si evince dalla XII Relazione al Parlamento sul diritto al lavoro dei disabili (relativa agli anni 2022-2023), che descrive un sistema di inclusione lavorativa segnato da una profonda frattura tra la norma e la realtà operativa. Al 31 dicembre 2023 l’Italia registra infatti 178.328 scoperture di posti di lavoro riservati, con un incremento di 9.388 unità rispetto al 2022. Questo significa che circa il 30% della quota di riserva nazionale rimane vacante, rendendo il diritto al lavoro un’opportunità negata per un terzo degli aventi diritto. Uno dei dati più significativi riguarda l’espansione delle convenzioni ex art. 14 D.lgs. 276/2003, che hanno registrato una crescita del 24% tra il 2022 e il 2023, con 3.255 avviamenti totali nel solo settore privato. Questo strumento permette alle aziende di adempiere agli obblighi occupazionali non assumendo direttamente, ma conferendo commesse di lavoro a cooperative sociali che, a loro volta, assumono il lavoratore con disabilità. Questa pratica rischia di trasformare, nei fatti, la persona con disabilità in un “vettore” per ottenere contratti commerciali, svuotando il rapporto di lavoro del suo valore di inclusione diretta in azienda. Sebbene utile per le disabilità più gravi, questo meccanismo crea circuiti occupazionali separati, distanti dal mercato aperto, privando il lavoratore del confronto sociale e professionale necessario per una vera autonomia. L’incidenza dei posti vacanti segue la concentrazione industriale, evidenziando una forte resistenza nei territori produttivi: il Nord Italia è l’area con il maggior numero di sedie vuote, con 114.092 scoperture. Il solo Nord Ovest conta 65.493 posizioni libere e assorbe oltre il 90% di tutti gli avviamenti nazionali tramite l’articolo 14, confermando un uso massiccio dell’outsourcing della disabilità in quest’area. Nel Centro Italia vengono registrate 35.876 scoperture, segnando un calo degli avviamenti privati nel biennio. Nel Sud e nelle Isole c’è il dato più basso in termini assoluti, 31.121 posizioni scoperte, in linea però con il minor peso occupazionale complessivo e con una persistente difficoltà nel far decollare i percorsi di inclusione. La Regione con più scoperture è la Lombardia che detiene la leadership nazionale con oltre 44.600 posti vacanti su 95.000 posizioni previste. La Valle d’Aosta insieme all’Umbria, si distingue per un tasso di occupazione della quota di riserva superiore al 75%. La legge prevede una sanzione di 196,05 euro al giorno per ogni posizione non coperta, ma nel 2023 sono state comminate solo 26 sanzioni in tutta Italia per questo motivo. Questo squilibrio rende la multa un rischio trascurabile e una strategia economica per molte imprese. Il segnale più allarmante arriva però dalla Pubblica Amministrazione: se nel privato si contano in media 6 scoperture per azienda, negli enti pubblici si sale a una media di 33-38 unità per ente. Il crollo degli avviamenti pubblici del 30,9% conferma un preoccupante arretramento dello Stato nel suo ruolo di garante. In sintesi, la XII Relazione evidenzia un sistema dove la stabilità è un lusso (il 58,2% delle nuove assunzioni è a termine) e dove strumenti come l’articolo 14 rischiano di cristallizzare la marginalità invece di abbatterla. È necessaria una riforma che trasformi la sanzione da un costo evitabile ad un reale deterrente e che obblighi la Pubblica Amministrazione a coprire le proprie quote garantendo ad ogni persona con disabilità la stabilità necessaria per realizzare il proprio “progetto di vita”.

Gli autori: Juri Cerasini è presidente dell’Associazione “Habil-mente”; l’ex ministro Cesare Damiano è presidente Associazione Lavoro&Welfare

 

Foto di Nathan McDine su Unsplash