Lo avevano raccontato come un’urgenza nazionale. Un argine immediato al caos, una risposta muscolare, un segnale da dare “subito”. Poi il decreto Sicurezza si è fermato. Bloccato su una scrivania della Ragioneria dello Stato, in attesa della bollinatura.
Due settimane. Per un provvedimento definito improcrastinabile.
La scena è semplice: conferenza stampa solenne, parole di ferro, tono da stato d’assedio. Subito dopo, la contabilità. Del resto i decreti costano. Anche i fondi per la sicurezza urbana costano. E se ci pensate bene le nuove assunzioni costano. Le misure simboliche hanno un prezzo che va scritto riga per riga. E lì la retorica lascia spazio ai numeri.
La Ragioneria chiede coperture solide, formule corrette soprattutto saldi coerenti. Senza quel sigillo il testo resta carta politica. Senza firma del Colle resta annuncio. Se non sta sulla Gazzetta Ufficiale è solo uno slogan.
La miseria politica sta tutta qui: l’esecutivo invoca l’emergenza e poi inciampa sui conti. Rivendica rapidità ma resta in attesa di una verifica tecnica e così la sicurezza agitata come vessillo identitario finisce nel cassetto delle compatibilità finanziarie.
Ogni giorno che passa accorcia il tempo per la conversione parlamentare. Ogni giorno espone l’improvvisazione di chi ha costruito la narrazione prima della struttura normativa.
Un decreto urgente che aspetta la calcolatrice racconta molto più di qualsiasi comizio. Racconta un governo che corre davanti alle telecamere e frena davanti ai capitoli di bilancio. Racconta una priorità proclamata a voce alta e sospesa tra commi da riscrivere e cifre da sistemare.
La sicurezza promessa al Paese, per ora, resta in fila alla Ragioneria. E quella fila pesa più di qualunque slogan.
Buon martedì.




