Giornalisti palestinesi arrestati o interdetti, comunità palestinesi in Italia esposte alla gogna, redazioni che trasformano nomi e volti in bersagli

Ci sono appelli che raccontano più del silenzio che li rende necessari. Quello promosso da Fada Collective, pubblicato da Kritica il 17 febbraio 2026, nasce dentro un clima preciso: giornalisti palestinesi arrestati o interdetti, comunità palestinesi in Italia esposte alla gogna, redazioni che trasformano nomi e volti in bersagli.

A Gerusalemme Est viene arrestata Nisreen Salem Alabayed mentre lavora. Almeno nove cronisti palestinesi ricevono il divieto di accesso alla Moschea di Al Aqsa durante il Ramadan. Nelle carceri israeliane risultano detenuti almeno 45 giornalisti, in larga parte senza capi d’accusa formalizzati. Ai reporter stranieri il visto viene revocato quando la copertura risulta sgradita.

L’appello denuncia anche ciò che accade qui. L’arresto di Mohamed Shahin, poi liberato, dopo un articolo e un’interrogazione parlamentare. La pubblicazione di nomi e fotografie di indagati accostati alla parola “terrorismo”. La richiesta del Ministero dell’Istruzione alle scuole di indicare il numero di studenti palestinesi presenti, senza chiarire finalità e tutele.

I firmatari parlano di deontologia violata, di presunzione di innocenza calpestata, di un’informazione che diventa strumento di pressione politica. Chiedono all’Ordine dei Giornalisti di intervenire. Rivendicano una distinzione netta tra antisemitismo e critica politica a Israele. Mettono in guardia dall’uso estensivo della definizione IHRA approvata in Commissione al Senato.

Il punto è semplice e riguarda il mestiere. Il giornalismo esiste per controllare il potere, non per amplificarne le liste. Protegge i vulnerabili, non li espone. Quando abdica a questa funzione diventa parte del problema.

Per questo mi unisco a quell’appello. 

Buon mercoledì.

Foto WMC