Terminata la stagione delle partecipazioni statali, l’indirizzo pubblico dell’economia reale in Italia si è ridotto ad interventi di natura fiscale. In un mondo che corre veloce il nostro Paese resta al palo. Il caso Stellantis e un confronto, impietoso, con Germania e Francia

L'Italia è un grande Paese industriale che sta scivolando, da tempo, in un declino preoccupante. Un declino rispetto al quale il discorso pubblico, al di là di qualche vago cenno e qualche vuota e pomposa promessa del Governo Meloni, è, perlopiù, spento.

Come scrive Andrea Orlando nell’introduzione al Libro verde del partito democratico sulle politiche industriali, pubblicato a luglio dello scorso anno, «un Paese che perde la propria industria perde anche una parte rilevante della propria industriosità, del proprio saper fare, che è un elemento essenziale dell’identità di una nazione. Una base industriale solida, innovativa e sostenibile è condizione necessaria per la qualità del lavoro, la creazione di ricchezza, la coesione sociale».

Settori fondamentali del nostro tessuto industriale come l’automotive languono in uno stato che rischia di farsi terminale. Ma da chi tiene le leve del comando non viene altro che non siano vuoti proclami, mentre il mondo va oltre a una velocità sbalorditiva. Così come l’Europa dell’economia e dell’industria procede senza che l’Italia si faccia protagonista dei processi di innovazione e di sviluppo.

Guardiamo a un episodio emblematico, quello dell’automotive. A febbraio Stellantis, nella sua dimensione globale, ha fatto un annuncio enorme: il “reset” del proprio business. Cosa significa questo «reset”? Spiega il comunicato diffuso da Amsterdam che «nell’ambito della reimpostazione del proprio business e mentre si appresta a comunicare il nuovo piano strategico a maggio di quest’anno, (Stellantis, ndr) ha condotto una valutazione approfondita della propria strategia e dei relativi costi necessari per riposizionare l’azienda in funzione delle effettive preferenze dei suoi clienti. Nel corso degli ultimi

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