«La guerra interrompe il processo rivoluzionario nato dalle proteste interne e rafforza la repressione del regime» denuncia l'attivista iraniana

L’attacco di Usa e Israele all’Iran, compiuto fuori da qualsiasi alveo giuridico internazionale, ha portato all’uccisione di Khamenei e di altri capi di regime, ma anche all’assassinio di migliaia di civili iraniani. Compresa una agghiacciante strage di bambine compiuta bombardando una scuola a Minab, nel sud dell’Iran. Intanto Israele ha attaccato il Libano, l’Iran ha lanciato missili anche sui Paesi vicini e la guerra si sta espandendo.

Neguin Bank, da attivista della diaspora cosa dire su queste ore drammatiche, quali posizioni, visioni, prospettive animano il vostro dibattito?
Per chiarezza devo dire prima di tutto che quella che si è imposta non era la mia idea di liberazione. Detto questo questo, la diaspora iraniana è ad oggi profondamente divisa. Si fronteggiano due opposte visioni: c’è il fronte di estrema destra che sostiene che si possa arrivare alla libertà solo affidandosi alla figura di Reza Pahlavi, al grido di “Javid Shah” (Viva il Re). È una parte di opposizione al regime che confida nell’intervento militare di Stati Uniti e Israele come strumento di liberazione. Va detto anche che questa fazione tende a escludere qualsiasi altra corrente politica o sociale, ignorando persino le istanze del movimento Donna, Vita, Libertà. E poi, se vogliamo approfondire, c’è una corrente più popolare.

Su Left supportiamo fin dalla sua nascita il movimento iraniano Donna Vita Libertà, che si è sviluppato in particolare dopo l’uccisione della curda iraniana Masha Amini arrestata e uccisa dalla polizia morale perché “portava male il velo”. Un movimento che ha rappresentato una rivoluzione culturale e che è stato duramente represso dal regime. Oggi è diventato un fronte popolare? In che modo?
C’è una corrente popolare che mira a rovesciare la Repubblica Islamica attraverso una rivoluzione dal basso. Ma  l’attuale conflitto ha interrotto il percorso rivoluzionario che aveva visto la sua ondata più recente nel dicembre 2025, con le proteste dei Bazari (i commercianti), a cui avevano aderito rapidamente diverse classi sociali. Nonostante il regime abbia tentato di soffocare la rivolta con il massacro di migliaia di persone e l’arresto di altrettanti dissidenti a distanza di un mese stavamo già assistendo alla nascita di nuove forme di protesta nelle università, nelle scuole e durante le cerimonie funebri, oltre a numerosi appelli allo sciopero.

L’attacco di Trump e Netanyahu non ha aiutato chi lotta per un Iran democratico. Perché?
L’aggressione da parte di Stati Uniti e Israele non solo non ha aiutato la nostra causa, ma ha ostacolato il processo rivoluzionario, esponendo i manifestanti a una repressione ancora più feroce in un clima di anarchia bellica. Il nostro obiettivo non è distruggere il Paese insieme al regime: la libertà si ottiene solo attraverso la lotta del popolo. La storia insegna che nessuna nazione ha mai ottenuto la democrazia sotto le bombe. Non riteniamo democratico confluire forzatamente sotto un’unica figura; crediamo invece in una coalizione di diverse organizzazioni politiche e civili che guidi l’Iran in una fase di transizione. Dopo mesi di dibattiti interni, appare evidente una spaccatura netta sui valori fondamentali che rende impossibile una coesione tra queste due visioni. Oggi ogni iraniano ha la responsabilità di essere consapevole delle proprie scelte e delle relative conseguenze. Di fronte alla guerra imposta alla nostra nazione, è necessario prendere una posizione chiara e netta contro chi fomenta la propaganda bellica di governi che riteniamo responsabili di politiche genocidarie o suprematiste.

C’è il rischio che gli Usa impongano un regime altrettanto illiberale. Quali scenari?
Esistono diversi scenari futuri di cui non possiamo essere certi, ma credo che l’incertezza regni anche a Washington. In situazioni simili, le dinamiche si possono evolvere in modi imprevedibili. L’Iran è un Paese estremamente complesso che, a mio avviso, l’Occidente non ha mai compreso fino in fondo. La storia ci offre esempi lampanti di momenti per i quali né il regime né l’Occidente erano preparati. A cominciare dalla crisi degli ostaggi del 1979: Gli Stati Uniti avevano inizialmente favorito la corrente islamica della rivoluzione rispetto a quella socialista, dando grande visibilità mediatica a Khomeini. Tuttavia, non avevano previsto che, una volta al potere, egli avrebbe agito prendendo in ostaggio i diplomatici americani, segno di una scarsa conoscenza del fanatismo islamico sciita da parte degli Usa. Incomprensione totale ci fu anche riguardo al Movimento Verde del  2009 : Le proteste scoppiate dopo i brogli elettorali colsero tutti di sorpresa, mettendo in seria difficoltà l’amministrazione Obama, che in quel momento era impegnata a stringere l’accordo sul nucleare con il regime.

E oggi?
Sappiamo che Trump intende espandere la sfera d’influenza economica e politica degli Stati Uniti, specialmente in Medio Oriente, per contrastare l’ascesa della Cina. In questo scenario, l’ipotesi più lineare per Trump sembra essere quella di un regime-change pilotato: un colpo di Stato interno attuato nel caos della guerra. Dopo aver eliminato Khamenei l’obiettivo è  favorire un “cambio di pelle” del sistema, portando al vertice figure disposte a stringere accordi economici con gli Usa.

E se questo progetto in violazione del diritto internazionale, stile il blitz compiuto dagli Usa in Venezuela, dovesse fallire?
Se questo piano dovesse fallire – proprio a causa della scarsa comprensione della complessa struttura del regime – l’alternativa potrebbe essere la frammentazione dell’Iran. Alimentando le tensioni tra le varie etnie e nazionalità interne, si rischierebbe di instaurare una guerra civile permanente. Una condizione di instabilità che, come già accaduto in Iraq, permetterebbe agli Stati Uniti di prendere il controllo delle risorse energetiche e trarne profitto.

Torniamo all’inizio, alla domanda che più ci sta al cuore, non solo perché oggi è l’8 marzo che fine ha fatto il movimento Donna Vita libertà?
Nonostante tutto, credo che ci sia ancora una speranza. È evidente che la guerra abbia rallentato il processo rivoluzionario, ma viviamo in un’epoca di accelerazioni improvvise e la società iraniana è estremamente giovane. Negli ultimi cinquant’anni, questo popolo ha dimostrato una capacità straordinaria di trasformare la sofferenza in consapevolezza e di evolversi costantemente. Ne è la prova il fatto che, dal cuore di una nazione così tormentata, sia emerso proprio uno dei movimenti più emancipati della nostra epoca: Donna, Vita, Libertà. Sono convinta che non sia solo il regime iraniano a temere questi movimenti; anche le grandi potenze mondiali ne hanno paura, poiché queste istanze superano rapidamente i confini nazionali per trasformarsi in vere e proprie lotte civili transnazionali. Credo fermamente che le componenti progressiste di ogni società debbano unirsi, intrecciando le proprie battaglie in una rete globale capace di contrastare l’avanzata dell’estrema destra e di tutto ciò che rappresenta un anti-valore per l’umanità. Più tentano di farci soffrire, più impariamo; e più impariamo, più diventeremo forti.