Il 7 marzo, su un’emittente siciliana, Giusi Bartolozzi – capo di gabinetto di Nordio, indagata con lui per la vicenda Almasri – ha detto a voce alta quello che il governo ha sempre lasciato intendere tra le righe: «Votate sì e ci togliamo di mezzo la magistratura, che sono plotoni di esecuzione». Ha aggiunto di avere un’inchiesta in corso e di essere pronta a lasciare il Paese se il referendum non passa.
La macchina delle smentite si è messa in moto: del resto va così ogni volta che qualcuno in questa maggioranza si lascia andare e dice ciò che la narrazione ufficiale si sforza di nascondere.
Di precedenti ce ne sono. Il 30 gennaio 2025, nel pieno della bufera Almasri, Meloni aveva elencato la magistratura tra i soggetti tenuti a realizzare il «disegno» del governo, accanto alle forze dell’ordine: una concezione della giustizia come braccio esecutivo dell’esecutivo, non come potere indipendente. Nordio aveva già ammesso in Parlamento a marzo 2025 che la riforma «non influisce sull’efficienza della giustizia» – confessando che l’obiettivo è altrove: certamente lontano dalla tutela dei cittadini.
Va letta nel suo contesto, quella frase: una funzionaria indagata, in servizio attivo, che fa campagna referendaria per una riforma costruita nel ministero di cui è braccio destro. In qualunque democrazia ordinata, quella scena non sarebbe possibile.
Allora la domanda va rivolta anche a chi, in buona fede, ritiene utile la separazione delle carriere: è possibile affidare una riforma costituzionale così delicata a chi la usa come strumento di rivalsa? Chi risponde di sì dovrebbe spiegare come si separa una riforma da chi la porta avanti. In questo caso, non si può.
Buon martedì.




