"L'Iran non rappresentava alcuna minaccia imminente".

Joe Kent, direttore del National Counterterrorism Center, scrive a Donald Trump: «L’Iran non rappresentava alcuna minaccia imminente, ed è chiaro che abbiamo iniziato questa guerra a causa delle pressioni di Israele e della sua potente lobby americana». E si dimette.

Queste parole, in Italia, si chiamerebbero antisemitismo.

Il meccanismo è collaudato: Moni Ovadia e Gad Lerner, entrambi ebrei, vengono accusati di antisemitismo ogni volta che nominano il genocidio di Gaza. Il 5 marzo il Senato ha approvato il ddl che adotta la definizione Ihra, International Holocaust Remembrance Alliance, per cui criticare le politiche di Israele è antisemitismo. Ora passa alla Camera.

Solo che Kent non è un intellettuale di sinistra. È un veterano dei Berretti Verdi, undici missioni, ex agente Cia, vedovo di guerra. Leggeva i briefing ogni mattina ma ha scritto che l’America è stata trascinata in guerra attraverso «una campagna di disinformazione» israeliana. Trump lo ha liquidato: «Era debole sulla sicurezza».

Gaza è stata il laboratorio. L’impunità concessa durante il massacro sistematico della popolazione civile, che la Corte Internazionale di Giustizia, su ricorso del Sudafrica, ha già giudicato plausibile come genocidio, ha spostato il confine del tollerabile. Poi il Libano, poi una guerra contro l’Iran su intelligence contestata dai funzionari stessi. È uno schema che Israele applica su larga scala.

Trump è il servo utile, non l’architetto. Tredici soldati americani sono morti, duecento feriti.

In Italia discutiamo di chi ha usato la parola sbagliata.

Buon mercoledì.

Foto WMC

Giulio Cavalli
Autore, attore, scrittore, politicamente attivo. Racconto storie, sul palcoscenico, su carte e su schermo e cerco di tenere allenato il muscolo della curiosità. Quando alcuni mafiosi mi hanno dato dello “scassaminchia” ho deciso di aggiungerlo alle referenze.