Oggi è il primo giorno a Cuba, partiamo per gli incontri della missione, tra questi alcuni nelle strutture sociali e sanitarie

Mercoledì 18 marzo, L’Avana 
Si trasportano scatole piene di medicinali, due a testa. Ogni “testa” è un volontario o una volontaria che carica, parte e attraversa l’Oceano. Sono ragazzi, per lo più, ma anche militanti della sinistra: ci siamo noi di AVS, c’è la GKN, Potere al Popolo, Rifondazione Comunista, della Fiom e dei Cobas, volontari e volontarie della sinistra diffusa. E poi ci sono i giornalisti, venuti a raccontare e osservare non solo Cuba, ma anche chi si imbarca per una missione sospesa, in queste ore di viaggio, in un’oscillazione etica tra il romantico e il disperato.
Siamo quasi duecento su questo volo. Portiamo medicinali e solidarietà al prossimo bersaglio della più grande potenza militare del pianeta; la stessa che ha fatto da scudo al genocidio israeliano in Palestina e che ora semina morte e destabilizzazione in Medio Oriente. Parlo con i miei compagni di viaggio: sono sereni, determinati. Sanno di fare la cosa giusta. Semplice e giusta.
Nei giorni di preparazione, dopo aver contattato l’Aicec (l’organizzazione referente della missione), noi della delegazione di AVS ci siamo interrogati a lungo sul “perché” profondo. C’è Trump, certo, con la sua semina di odio e il ricatto del “plata o plomo”: arrendersi alle leggi spietate del mercato o subire la guerra. C’è la centralità della questione sanitaria e il dovere dell’aiuto concreto a una popolazione portata allo stremo dall’embargo.
Eppure, sento anche qualcos’altro. Un sentimento che scava più a fondo. È un impulso prepolitico, lo stesso della Sumud Flotilla per la Palestina: forzare l’impotenza della semplice condanna, scegliere la parte del più debole contro l’arroganza del più forte. È il desiderio istintivo di mettersi in mezzo per fermare l’ennesima ingiustizia e gridare quello che pochi hanno il coraggio di dire: fermateli. Fermateli prima che incendino il mondo intero, prima che calpestino un altro popolo innocente.
È un sentimento prepolitico perché parte da una premessa disarmante: stanno affamando un popolo, in più un popolo che non ha mai dichiarato guerra a nessuno, che vuole solo vivere in pace e che, nonostante questo, viene etichettato come “minaccia” dalla potenza nucleare statunitense. Qualcuno ha scritto, mi sembra Alberto Negri, che i massacri in Iran e in Libano sono la conseguenza della debolezza di chi non ha voluto fermare il genocidio palestinese: non li abbiamo fermati allora, e ora pensano di poter colpire ovunque. L’orrore della loro onnipotenza sta straripando.
Queste missioni hanno le idee chiare sulle ragioni economiche e finanziarie di tale deriva. Ma sanno anche che per gridare lo “Ya basta!” di zapatista memoria bisogna rimettere in gioco i corpi, creando una forza civile che arrivi dove la diplomazia ufficiale, tra ipocrisia e debolezza, fallisce. Serve inventare formule inclusive e innovative, come il movimento No Kings (ci vediamo in piazza il 27 e 28 marzo!), che uniscano la lotta alla guerra alle mobilitazioni contro le derive autoritarie e per la giustizia sociale, come le forme nuove di resistenza civile, quelle che usano il mediattivismo e quelle che passano per le nuove tecnologie digitali.
Sta accadendo qualcosa di nuovo, forte e radicale. Qualcosa che ha l’umanità delle passioni vere, la forza di chi sa di essere nel giusto e il coraggio di guardare il mondo con gli occhi degli ultimi e delle ultime, sentendo la loro sofferenza e la loro rabbiosa voglia di riscatto.
Stiamo capendo che, per fermare l’apocalisse bellica, bisogna pensarci oltre i confini geografici dati. Bisogna trovare insieme una via di salvezza, per tutti, perché l’orizzonte ormai sembra essere quello teso di una guerra globale permanente. È come se si stesse acquisendo una drammatica consapevolezza del ruolo storico delle persone che si autorganizzano, del loro potenziale costituente di rapporti sociali fondati sulla cooperazione al posto della competizione. Come se fosse chiaro ormai che loro, quelli che muovono le leve economiche e politiche mondiali, ci stanno portando verso l’apocalisse climatica e, ora, nucleare.
È necessario quindi dare fiducia a questa nuova forza mondiale, che non riconosce barriere, che parla il linguaggio universale dell’umanità per l’umanità e che cerca attivamente alleanze. Alleanze sociali, alleanze con la sinistra diffusa, e con democrazie che ancora resistono e difendono le proprie prerogative. Alleanze non solo per resistere ma, necessariamente, per sconfiggere l’orrore che corre nelle parole e nei fatti di sangue dei nuovi imperi.

Oggi è il primo giorno a Cuba, partiamo per gli incontri della missione, tra questi alcuni nelle strutture sociali e sanitarie. Vi terremo aggiornati.