Giovedì 19 marzo, L’Avana
Il primo giorno di missione all’Avana sgrana un paesaggio di sorprese per chi aveva conosciuto questa città negli anni precedenti: irriconoscibile, surreale, spenta, è tutto in attesa, fantasma. Anche le strade centrali, per non parlare di quelle periferiche, sembrano lasciate all’abbandono.
Oltre la ‘vita’ improvvisa di luci e pulizia dentro e intorno ai grandi hotel, il resto sembra appeso a un destino di precarietà. A ogni passo puoi imbatterti in una scena terremotata, edifici squarciati, immondizia ai lati della strada.
Camminiamo verso il Museo della Rivoluzione. Un soldato ci dice che è chiuso, gentile, ma sembra un imbarazzo quando ci rimbalza verso la città delle strade quasi deserte. “Qui era un via vai di vita e rumori”, ci dice, ma ora sono rimasti solo locali che fanno di tutto per sembrare in salute.
La mattina ci raduniamo all’Instituto Cubano de Amistad con Los Pueblos, una sorta di ministero degli esteri della società civile internazionale. Intervengono i rappresentanti della delegazione, parliamo della missione e della nostra vicinanza al popolo cubano. Della necessità di sostenerlo e fermare l’aggressione di Trump e degli Usa. Qui la realtà che esce dai racconti dei cubani e dell’associazione che guida la missione è seria, drammatica.
Cuba è illuminata al 50 per cento e la priorità è data alle strutture scolastiche, sanitarie e alle produzioni fondamentali. L’embargo attacca una delle fonti importanti di sostentamento del paese, il turismo: Air France ha dichiarato che dal 29 marzo interrompe il proprio traffico per tre mesi. Aveva due voli al giorno, nel 2018. Altre compagnie stanno abbandonando l’isola perché il blocco di Trump ha incluso ulteriori ritorsioni per chi commercia petrolio a Cuba e ha aumentato e imposto nuovi dazi. Ora l’isola, dicono qui, si alimenta con gas, petrolio nazionale, riserve strategiche accumulate, turbine termoelettriche che vanno a petrolio. Sono tre mesi che non arriva una goccia di carburante a Cuba.
Parla il viceministro della sanità cubana e dice che la crisi energetica sta indebolendo il sistema sanitario e la rete consultori che è radicata e disseminata sull’isola. Gli aiuti che abbiamo portato vanno a quattro ospedali. Qui rimarcano molto il ruolo che hanno avuto i medici cubani nel mondo.

Conclude con un racconto letterario, un poeta raccontava di un uomo moribondo. Amici parenti andavano a trovarlo, provavano a spronarlo, le persone intorno a lui aumentavano di giorno in giorno, fino a quando tutta l’umanità si radunò al suo capezzale. Grazie a quella forza collettiva riuscì a camminare. Cuba è così, ha bisogno dell’ abbraccio dell’umanità per rialzarsi.
Dopo di lei, ha preso la parola Samar Alghoul, una ragazza palestinese di Gaza, incredibile la sua storia: studia medicina grazie a una borsa di studio del Ministero della Sanità Cubana. E’ al quarto anno e la famiglia è a sud di Gaza, inseguita dai bombardamenti ancora frequenti. Dice che negli ospedali cubani la loro formazione è peggiorata perché l’embargo ritarda il funzionamento delle strutture mediche. Se non c’è corrente anche l’acqua non arriva con facilità e anche il trasporto verso gli ospedali diventa problematico. Però lei non molla e sostiene la sanità cubana come può. Col suo tirocinio ostacolato dal blocco.
L’hanno ringraziata in tanti e lei ha salutato col pugno chiuso.
Nel pomeriggio andiamo a visitare l’ospedale pediatrico de L’Havana, ci accoglie il personale medico in un abbraccio che dà sollievo, che restituisce il senso della carovana. I nostri aiuti sono su un tavolo, dominano la scena la bandiera di Cuba e la foto di Fidel Castro. E la loro felicità. Gli eroi raccontati da Aleida Guevara, dottori e dottoresse che lavorano senza sosta e affrontano il boicottaggio di un mondo che fa finta di niente di fronte all’embargo. Il quindici per cento delle morti per motivi oncologici tra i bambini è dovuto all’effetto del blocco: mancanza di farmaci, mancanza di carburante che impedisce gli spostamenti.
Nell’ospedale pediatrico che visitiamo si occupano prevalentemente di interventi e terapie legate all’udito, sono una eccellenza che cura 600 bambini di tutta Cuba. C’è un abisso tra la resa strutturale della città e l’organizzazione del sistema sanitario, la cura anche fisica dei suoi ambienti. Due mondi. La ‘priorizzazione’ di cui si parlava all’incontro, forse.
Sulla strada del ritorno alcuni della delegazione fanno fotografie e video alla poca vita delle strade, provano a prendere per poi raccontare l’immagine di quella Cuba irriconoscibile. “Cuba è questa ragazzi!” Grida una ragazza dal lato della strada.
La sera, con Giacomo, un ragazzo della comunità di Casetta Rossa ci avventuriamo fino a perderci per le strade della città. A un tratto appare una struttura enorme circolare, uno stadio. Sembra il lascito di un abbandono collettivo, di una fuga di massa che ha lasciato dietro tutto. Da dentro arrivano delle grida, entriamo e sul campo si svolge una partita tra ragazzi. Ci avviciniamo, penso subito che mi piacerebbe parlare con loro e anche mettermi in porta per non fare figuracce. Giacomo si fa avanti, sospendono il gioco. E lui: “Pallaaa”.
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Diario del convoglio europeo per Cuba, dalla parte dell’umanità – giorno 2
Cuba è illuminata al 50 per cento e la priorità è data alle strutture scolastiche, sanitarie e alle produzioni fondamentali.



