All'improvviso un grido secco e rapido ci distrae dalle trattative all'interno della casa. Il ritorno della luce è accolto con gioia

Venerdì 20 marzo, L’Avana
Qui Trump e il suo esercito di mercanti senza scrupoli vuole prendersi tutto. C’è da capire quali siano le ragioni reali: forse lo scalpo ideologico, prendersi l’isola comunista, fare contenti i cubani anticastristi e i loro interessi; forse il cobalto, che sull’isola abbonda o addirittura il petrolio; magari vuole mettere “a valore” l’isola e farla tornare ad essere il parco giochi degli americani. Forse, tutto questo insieme. Fatto sta che qui spesso è buio e i black out sono l’ordinario, fatto sta che i suoi piani provano a entrare dalla porta della disperazione.
Insieme a Alessandro, un compagno della delegazione Italiana decidiamo di girare per la città e allontanarci momentaneamente dalla delegazione. Vicino la piazza del mercato Incontriamo Flor, nome di fantasia, una ragazza di 21 anni ci ferma, chiede medicine: “Siete quelli della missione internazionale? Avete qualcosa per me?”. Ci racconta delle difficoltà quotidiane delle persone, ci parla commossa di un prima, quando l’isola era piena di turisti e il denaro circolava. Dopo Obama, è andato sempre peggio. I tornado, il blocco, ora non si respira qui. “Siamo come in attesa”, dice. Trump? “Un criminale”. Il Governo? “Incapace di affrontare questa situazione e non vuole fare emergere i migliori, che pure ci sono”.
Poi ci mettiamo a parlare di altro, chiede di noi, del perché siamo qui. Sta per rispondere l’istinto retorico, poi dico: “Perché dobbiamo aiutarci tra di noi, tu avresti fatto lo stesso. E perché Trump va fermato prima che bruci tutto”. Pollice in giù “Trump mierda” e sorride.

Ci infiliamo tra le strade de L’Havana vecchia, la fila a un “banco” per prelevare denaro blocca quasi la scarsa viabilità. Più avanti una donna è ferma sull’uscio di una porta di legno, grande. Risalta l’ordine della facciata dell’edificio su tutto il circondario scrostato e decadente. Sulla sommità della porta domina la scritta “Scuola primaria”. Chiediamo di entrare e lei chiama il dirigente per autorizzarci.
All’interno sembra di essere proiettati in un’altra dimensione. La nostra sortita interrompe le insegnanti che stanno concentrate sulla lavagna a fare girare il gesso su calcoli e parole in inglese. C’è una vita che ferve, le pareti colorate di rosso e rosa e blu raccolgono storie fantastiche dei bambini e gli eroi della rivoluzione, El Che, Fidel Castro, Camillo Cianfuegos. L’atmosfera ha uno scarto abissale col fuori che arranca, che è un’attesa del peggio o di una svolta che sembra camminare su un crinale pericoloso. C’è una sensazione palpabile di vitalità e ottimismo qui. Una sensazione fisica.
Più tardi ci avviamo nei pressi dell’Università, saliamo fino a incontrare una struttura neoclassica mastodontica. Le scalinate che portano a una facciata che si ispira al Partenone a metà sono interrotte da una catena: non si può andare oltre. A causa dell’embargo la struttura è chiusa, chiusa agli studenti e ai professori, chiusa alla città e ai visitatori. Abbiamo un appuntamento con Ricardo, uno studente universitario di 20 anni. Ci accoglie con una stretta di mano severa, ci dice con la stessa severità “Finalmente!”. Lui studia storia e fa parte del movimento che agli inizi di marzo si è mobilitato per protestare contro la chiusura dell’Ateneo. “Non ne sapete niente”, ci scruta. “Eravamo in tanti, abbiamo fatto una protesta pacifica”. “È arrivata la polizia? C’è stata violenza?”, chiediamo. “No, solo controlli, perché avrebbero dovuto picchiarci? Eravamo pacifici”.
Gli chiediamo le ragioni della mobilitazione e quando nominiamo la parola _embargo_ ci ferma: “No! Non è solo responsabilità dell’embargo, che certo pesa enormemente. C’entra anche l’incapacità dei dirigenti. Vogliamo tornare a studiare, le lezioni online con la linea che va e viene per la mancanza di corrente sono un calvario”.
Lo salutiamo chiedendo se possiamo raccontare questa storia, ci autorizza: ci dice che è d’accordo, di far sapere e di dire anche il suo nome. Il suo saluto ora è più disteso e si fa largo un sorriso.
Poco più giù, verso il Malecon, ci imbattiamo in un ragazzo, anche lui che ci associa alla delegazione: “Siete quelli della missione italiana! Qui al telegiornale se ne parla, grazie! Si vede che siete italiani” e ci ride addosso. Vive tra Roma e Madrid e dice che dobbiamo assolutamente conosce le case cooperative, strutture dove una volta al mese o lavoratori delle imprese che producono sigari possono vendere i prodotti a metà prezzo. O così abbiamo capito, almeno dalla sua euforia. Arriviamo a una struttura buia, che sembra un garage. Dentro una donna mercanteggia con due turisti alla luce di candele e cellulari. Per strada bambini piccolissimi giocano e cantano, dandosi il cambio delle rime, come in un gioco di parole e musica.
All’improvviso un grido secco e rapido ci distrae dalle trattative all’interno della casa. Il ritorno della luce è accolto con gioia. Il più grande di loro, che avrà sì e no dieci anni, ci fa segno di seguirlo nei passi di danza. Quella gioia ci muove pochi passi goffi, ma siamo nel cerchio. Ed è bello.

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