A Gaza i palestinesi continuano ad essere uccisi nonostante la “tregua”. In Cisgiordania la colonizzazione avanza insieme agli sfratti, alle aggressioni dei coloni israeliani ai danni dei palestinesi. In questo scenario Israele allarga dei poteri dei tribunali religiosi e la corsa verso una legge sulla pena di morte per i condannati per terrorismo palestinesi. Con una accelerazione imposta dall’ultradestra la Commissione sicurezza della Knesset ha appena spedito il disegno di legge alle due letture finali. Nel silenzio più generale, mentre la popolazione israeliana è sotto pressione per le conseguenze della guerra contro l’Iran.
Secondo esperti Onu il disegno di legge viola il diritto alla vita e discrimina i palestinesi nei territori occupati. Per quanto la pena di morte esistesse già in Israele questa legge la rilancia con un provvedimento diretto contro i prigionieri palestinesi. Secondo +972 questo progetto di legge è un il tentativo di istituzionalizzare la vendetta e di cancellare un altro limite all’uso della violenza di Stato ed è pensato per colpire soprattutto i palestinesi. Di fatto sotto la guida di Netanyahu e degli ultra ortodossi Israele sta sempre più spostando il proprio baricentro verso uno Stato sempre più etnico, più religioso e più punitivo.
Intanto Gaza è ancora teatro di bombardamenti ed è un agghiacciante laboratorio di logoramento umano attraverso la fame, la carenza di acqua, la mancanza di presidi sanitari e la sadica burocrazia degli aiuti, che l’Idf fa passare ancora con il contagocce. Parallelamente la Cisgiordania è sempre più un territorio occupato, che viene ridefinito con avamposti, sgomberi, check-point nell’impunità più totale dei coloni. Quella che si dipana a Gaza e in Cisgiordania è un’unica architettura di dominio che usa la guerra esterna, la colonizzazione interna e la trasformazione legislativa per ridisegnare ulteriormente i rapporti di forza tra israeliani e palestinesi.
A Gaza la “tregua” non ha fermato la macchina della morte, l’ha solo resa intermittente. Dal cessate il fuoco almeno 680 palestinesi sono stati uccisi dal fuoco israeliano. Gli attacchi aerei, i colpi d’artiglieria e il fuoco lungo e oltre la “Yellow Line” non si sono mai davvero interrotti, e nelle ultime settimane sono tornati ad aumentare. Il bilancio complessivo della guerra ha ormai superato i 72 mila morti mentre uno studio di The Lancet Global Health stima che nei primi 15 mesi i decessi siano stati molti più di quelli registrati in tempo reale.
Si continua a morire non solo per le bombe. Si muore perché Israele ha chiuso i valichi il 28 febbraio, sospendendo ingresso di aiuti, carburante e merci, evacuazioni mediche e rotazioni del personale umanitario; perché Kerem Shalom è rimasto per giorni l’unico punto operativo, con forti colli di bottiglia; perché molti materiali essenziali classificati come “dual use” sono difficili o quasi impossibili da autorizzare; perché a febbraio scorso gli aiuti alimentari hanno raggiunto circa 1,2 milioni di persone con razioni ridotte al 50% del fabbisogno calorico minimo; perché in alcune aree di Gaza City l’accesso all’acqua potabile è sceso sotto la soglia d’emergenza di sei litri a persona al giorno. Violenza militare e strangolamento umanitario concorrono a determinare «una situazione catastrofica», come riporta l’allarme di Medici senza frontiere. La decisione israeliana di revocare l’operatività a 37 ong internazionali e la protesta di 19 organizzazioni israeliane per i diritti umani, secondo cui l’accesso agli aiuti è un obbligo legale, non sono bastati perché ci fosse una sollevamento internazionale, l’Europa continua a rimanere colpevolmente in silenzio. Anche rispetto agli attacchi di Israele e Usa Unrwa: il suo capo uscente Philippe Lazzarini ha avvertito che l’agenzia potrebbe presto non essere più sostenibile, dopo gli attacchi subiti, l’uccisione di oltre 390 dipendenti e le restrizioni legislative israeliane.
In Cisgiordania l’“occupazione” dei coloni si combina con la dislocazione forzata dei palestinesi. Ocha registra che nel 2026 la gravità della violenza dei coloni è cresciuta ulteriormente, con oltre 100 palestinesi feriti al mese e circa 600 sfollati mensili; dal primo gennaio più di 1.500 palestinesi sono stati spostati a causa di attacchi dei coloni e restrizioni d’accesso. Nello stesso periodo 26 palestinesi sono stati uccisi da forze israeliane o coloni. Fra loro anche molti minori. Un rapporto dell’Ohchr parla di oltre 36 mila palestinesi sfollati in un anno per espansione coloniale e violenze collegate, di 1.732 episodi di violenza dei coloni nel periodo osservato, di 84 nuovi avamposti e di una dinamica di pulizia etnica. Il governo Netanyahu ha adottato misure che facilitano l’acquisto di terreni da parte dei coloni e allargano i poteri israeliani anche in materie civili nelle aree sotto amministrazione palestinese; un ministro israeliano le ha descritte come “de facto sovereignty”, cioè sovranità di fatto.
La denuncia che abbiamo raccolto del giornalista e attivista palestinese Mohammad Hesham Huraini, da Masafer Yatta è netta: ogni giorno violenze dei coloni, incursioni militari, demolizioni di case e la «continua pulizia etnica» della sua comunità. Crescono le ncursioni coordinate dei coloni con le forze di sicurezza che restano guardare. A tutto ciò si aggiungono episodi di brutalità estrema come l’aggressione sessuale denunciata nella comunità beduina di Humsah. Gli avamposti dei coloni, ormai, non si limitano più all’Area C, ma avanzano nelle Aree B e perfino A, cancellando sul terreno le linee degli accordi di Oslo. Del resto la Knesset ha di fatto legittimato le occupazioni e lo Stato di Israele, già ebraizzato, diventa sempre più uno Stato teocratico.
Il 24 marzo la Knesset ha approvato la legge che amplia l’autorità dei tribunali rabbinici e della sharia, consentendo loro di arbitrare controversie civili oggi attribuite al sistema secolare. È vero che il testo prevede il consenso di entrambe le parti e alcune limitazioni, ma i critici osservano che il problema reale è il rapporto di forza: in contesti sociali e familiari asimmetrici, quel consenso può essere solo formale, con effetti particolarmente pesanti sui diritti delle donne. Per questo il capo dell’opposizione Yair Lapid, pur essendo un moderato, ha parlato di “Stato halachico”, (cioè uno Stato fondato sulla Halakhah, cioè sulla legge religiosa ebraica) sostenendo che il vecchio equilibrio tra religione e Stato è stato sepolto. Sul terreno militare e securitario gran parte dell’opposizione sionista continua spesso ad allinearsi al governo, lasciando i palestinesi fuori dal perimetro della cittadinanza.
L’altro fronte, come accennavamo, è la legge sulla pena di morte: un provvedimento espressamente diretto contro i prigionieri palestinesi Se si mettono insieme questi tasselli, il quadro che appare è agghiacciante, ma con la guerra degli Usa e di Israele all’Iran, con l’estensione del conflitto a macchia d’olio di Gaza e della Cisgiordania, purtroppo, si parla sempre meno. Anche per questo, oltreché tenere costantemente accesi i riflettori di Left abbiamo deciso di aderire all’importante, corale, evento organizzato da Voci per la Palestina il 26 marzo al Monk di Roma. Vi aspettiamo
In foto, quel che resta di una scuola elementare a Jabalia, nella Striscia di Gaza
L’Evento: Voci per la Palestina al Monk di Roma, il 26 marzo
Dopo la straordinaria e intensa esperienza di Bologna, Voci per la Palestina torna a farsipresenza viva, urgente e necessaria. Il 26 marzo il Monk di Roma ospita un nuovo momento di questo percorso artistico e civile che unisce musica, parola e azione politica nonviolenta in sostegno del popolo palestinese.
L’evento di settembre in piazza Lucio Dalla, realizzato con il patrocinio del Comune di Bologna, ha rappresentato un momento di partecipazione collettiva di rara potenza: un intreccio di voci, linguaggi e sensibilità che ha coinvolto musicisti, attori, intellettuali,
associazioni umanitarie e un pubblico numeroso e partecipe. Artiste e artisti del panorama jazz italiano, insieme alle ideatrici del movimento, a personalità del mondo della cultura e a tantissime realtà impegnate nell’ambito umanitario a livello internazionale hanno scelto di mettere il proprio impegno, la propria voce e il proprio talento a disposizione di una causa che riguarda tutte e tutti: affermare il valore universale dei diritti umani e dire con forza no al genocidio del popolo palestinese. Questo evento nasce in continuità con quello di Bologna ma, anche e soprattutto in risposta ad un silenzio che si è fatto nuovamente assordante: il silenzio dopo la “Pace” dichiarata, che
sappiamo bene non essere tale, l’orrore che tutte e tutti noi proviamo nel vedere banchettare impunemente i potenti del Board of Peace sulle terre e sui corpi dei palestinesi, ci impone di continuare a parlare di Palestina, testimoniare e pretendere, come società civile, un cambio di registro da parte dei nostri governi, con sanzioni, boicottaggio e disinvestimenti nei confronti dello Stato di Israele.
Ancora di più alla luce del recente attacco all’Iran che, ancora una volta, conferma il disprezzo più totale che Israele e Stati Uniti hanno nei confronti del diritto internazionale. Lo diciamo con fermezza, rivendicando anche il fatto che opporsi a tale orrore non significa in
alcun modo prestare il fianco all’antisemitismo, che invece condanniamo con forza. L’appuntamento al Monk di Roma segna un ulteriore passo nel percorso di Voci per la Palestina: un nuovo momento di incontro e di presa di parola collettiva, in cui musica,testimonianze e contributi artistici continueranno a sostenere ogni forma di lotta politica pacifica e nonviolenta, con particolare attenzione alle campagne di boicottaggio promosse dal movimento a guida palestinese BDS.
L’evento del 26 marzo è aperto a tutte e tutti. Un invito a esserci, ad ascoltare, a partecipare. Un invito a non smettere di credere che la musica e l’arte possano e debbano ancora farsi ponte, eco collettiva e luce di resistenza. L’ingresso prevede un contributo di 10 euro, il ricavato della serata sarà devoluto a Medici Senza Frontiere per il sostegno di interventi umanitari in Palestina, con possibilità di un’offerta libera in aggiunta.
Evento a cura di Voci per la Palestina con la partecipazione e la collaborazione di Assopace Palestina, BDSRoma, Comunità Palestinese di Roma e del Lazio, Donna Olimpia, Fondazione Centro Studi DOC, Left, MIDJ-Musicisti Italiani di Jazz, MSF, Rete No Bavaglio, Artisti No
Bavaglio, Venice For Palestine. Per contatti: [email protected] Per aggiornamenti e programma completo: pagine IG e FB di Voci per la Palestina.
Parteciperanno in ordine alfabetico:
Marwa Ahmed, Gabriella Aiello, Reem Alameddin, Hala Alsadder, Adila Al Salman, Nicola Angelucci, Michela Andreozzi, Banda Jorona, Eleonora Bianchini, Danilo Blaiotta, Bologna For Palestine, Mario Capparelli, Massimo Ceci, Maria Luisa Celani, Cristina Cervesato,
Andrea Colella, Fabio Collaterale degli Effetti Collaterali, Paolo Damiani, Maria Pia De Vito,Jacopo Ferrazza, Iaia Forte, Clara Habte, Pasquale Innarella, Toufic Koleilat, Antonio Jasevoli, Fabiomassimo Lozzi, Silvia Luzzi, Silvia Manco, Simona Maggiorelli, Francesco Mascio, Francesca Romana Miceli Picardi, Ada Montellanico, New Orchestra Cantiere, Nuove Tribù Zulu, Michela Occhipinti, Angelo Olivieri, Luigi Onori, Chiara Pancaldi, ElenaPaparusso, Ilaria Pilar Patassini, Enrico Pittaluga, Cristiana Polegri, Paolo Recchia, Ritmoteca, Sonia Russino, Eugenio Saletti, Stefano Saletti, Yousef Salman, Giulia Salsone, Mario Soldaini, Susanna Stivali, Dalal Suleiman, Stefania Tallini, Paolo Tombolesi, Lorenzo Tucci, Enrico Zanisi. Voci per la Palestina è un movimento ideato da Chiara Pancaldi, Simona Parrinello e Ada Montellanico, che riunisce artiste e artisti decisi a mettere la propria arte al servizio della giustizia, della pace e della libertà dei popoli. Perché quando le voci si uniscono diventano coro, quando i suoni si intrecciano diventano forza. E perché l’arte, oggi più che mai, non può
restare neutrale.Il movimento Voci per la Palestina è in collaborazione con Artists For Palestine Italia, e ha l’adesione di: Associazione ArteMadia, AssoPacePalestina, Associazione CompositoriMusica per Film, AFIJ – Fotografi Italiani di Jazz, ANSJ – Associazione Nazionale Scuole Jazz e musiche audiotattili, Associazione Ramo d’oro, BDS Italia, DJeP – AssociazioneNazionale Docenti Jazz e Pop Rock – AFAM, I-Jazz, Il Jazz va a Scuola, MIDJ –Associazione MusicistiItaliani di Jazz, Mo(r)ema, Musica in Culla, O.S.I Orff-Schulwerk Italiano, Rete #NoBavaglio, Scuola Popolare di Musica Donna Olimpia, Teatri di Vita.





