In un mondo che affronta la peggiore crisi di sicurezza dalla Seconda guerra mondiale, diversi Paesi riescono a preservare pace e stabilità. Un’analisi approfondita delle loro strategie in un contesto geopolitico drammaticamente deteriorato

Mentre il mondo brucia - letteralmente - in più parti, l’Islanda continua a essere quello che è da diciassette anni consecutivi, vale a dire il Paese più pacifico del pianeta. Il risultato è stato messo nero su bianco dal Global peace index 2025 (Gpi) dell’Institute for economics and peace (Iep) - la più autorevole e completa misurazione annuale della pace mondiale, giunta alla sua XIX edizione e che copre 163 Paesi e il 99,7% della popolazione mondiale.

La piccola isola vulcanica nel cuore del mare del Nord si è confermata al primo posto pur non essendo l’unico Paese al mondo con zero conflitti interni e zero coinvolgimenti a qualsiasi titolo in conflitti internazionali nel periodo di rilevazione. Sul risultato finale pesano diversi fattori: Reykjavik non ha un esercito in senso tradizionale, dispone di una guardia costiera e di forze di polizia leggera, il tasso di omicidi è tra i più bassi del pianeta, la percezione di sicurezza dei cittadini è la più alta al mondo, solo per citarne alcuni. Inoltre, nell’ultimo Democracy index pubblicato a metà 2025 ha ottenuto 9.38 su 10 - quarto al mondo - e il coefficiente di Gini, che misura le disuguaglianze economiche, è tra i più contenuti in assoluto. Ma la storia recente islandese non è solo un catalogo di primati virtuosi. Nel 2008, il sistema bancario è collassato in modo spettacolare - una delle crisi finanziarie più drammatiche in proporzione al Pil che un Paese moderno abbia mai subito. Eppure l’Islanda ha reagito in modo del tutto originale. Invece di salvare le banche con denaro pubblico come hanno fatto quasi tutti gli altri Paesi occidentali, ha lasciato fallire gli istituti insolventi, ha processato i banchieri responsabili, ha protetto i cittadini comuni attraverso il welfare.

Nel giro di pochi anni l’isola è tornata a crescere, con la disuguaglianza sociale addirittura ridotta rispetto al periodo pre-crisi. Questa risposta alla crisi è forse il più eloquente esempio della “forza” islandese: quando la pressione arriva, la risposta è istituzionale, non clientelare. Non a caso la fiducia civica nelle istituzioni, costantemente tra le più alte al mondo, non è un’astrazione sociologica ma il prodotto di scelte politiche concrete e verificabili. Ed è esattamente quella fiducia che alimenta la coesione sociale da cui dipende la pace e il ripudio della guerra.

Attenzione però, l’Islanda non è impermeabile al contesto globale. La sua posizione geografica, nell’Oceano Atlantico settentrionale - a circa 300 km dalla Groenlandia e 830 km dalla Scozia - con l’infrastruttura aeroportuale di Keflavik utilizzata per dispiegamenti rotazionali della Nato, la rende un nodo strategico in un momento di tensioni crescenti come quello che stiamo vivendo. E la sua economia piccola, dipendente

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Federico Tulli
Scrivevo già per Avvenimenti ma sono diventato giornalista nel momento in cui è nato Left e da allora non l'ho mai mollato. Ho avuto anche la fortuna di pubblicare articoli e inchieste su altri periodici tra cui "MicroMega", "Critica liberale", "Sette", il settimanale uruguaiano "Brecha" e "Latinoamerica", la rivista di Gianni Minà. Nel web sono stato condirettore di Cronache Laiche e firmo un blog su MicroMega. Ad oggi ho pubblicato tre libri con L'Asino d'oro edizioni: Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro (2010), Chiesa e pedofilia, il caso italiano (2014) e Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos (2015); e uno con Chiarelettere, insieme a Emanuela Provera: Giustizia divina (2018).