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Mi ha aperto le porte del jazz, scrive per left Paolo Fresu nel suo ricordo del trombettista canadese da poco scomparso.

Ricordo come fosse ieri la sensazione uditiva della prima volta in cui sentii il suo suono. Erano i primi anni Ottanta e mi trovavo a Milano a casa di un amico contrabbassista. Mise sul piatto un disco di cui non sapevo nulla e mai come allora quel suono mi colpì e m’incuriosì. I miei ascolti erano quelli di Miles Davis e Chet Baker. Sarei stato in grado di riconoscere il loro suono tra mille come anche quelli dei vari altri trombettisti be-bop ma “quel” suono aveva un qualcosa di diverso e unico. Era incredibilmente pulito, agile e capace di fendere il silenzio come una spada.

Ovviamente era la tromba di Kenny e questa era suonata con un principio che mi sfuggiva e mi affascinava. Il disco era della Ecm e la qualità generale del suono e della registrazione contribuiva a renderlo ancora di più misterioso e originale.

Iniziai a comprare tutti i suoi dischi ma mai provai a suonare come lui perché per me sarebbe stato impossibile. La sua tromba e il suo flicorno lasciavano ampi spazi all’immaginario e improvvisamente si lanciavano in repentini e strazianti voli pindarici verso il registro acuto, quasi al limite delle possibilità fisiche e strumentali. Solo dopo qualche anno e attraverso i ripetuti ascolti compresi e apprezzai anche la sua grandezza compositiva fino a quando, nell’estate del 1984, fui invitato dal contrabbassista Paolo Damiani a suonare al suo fianco in un sestetto composto anche dalla cantante Norma Wistone, il pianista John Taylor, il batterista Tony Oxley e lo stesso Paolo Damiani.

l’articolo integrale su left in edicola da sabato 1 novembre 2014

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