Folla, fumo, volti, numeri. Oltre 10.000 sfratti ogni anno solo a Roma, 30.000 famiglie in attesa di una casa, centinaia di edifici vuoti. Comincia così il webdoc di Paolo Palermo e Valerio Muscella. E comincia così il 6 dicembre 2012, la storia del 4Stelle Hotel narrata nel loro documentario on-line, quando 250 persone occupano un albergo abbandonato alla periferia della Capitale.

Ogni rivoluzione, piccola o grande che sia, parte da un dove e da un come. Da persone, cuori, teste, mani. Questa è la storia di una storia, l’avventura di un gruppo di ragazzi convinti di fare una cosa davvero giusta. E nuova.

Valerio, romano, trent’anni, è uno psicologo clinico, ha lavorato per anni nel settore della cooperazione. Poi si è appassionato alla fotografia. «Ho imparato a scattare da autodidatta» racconta, mentre gli si riempiono d’orgoglio gli occhi neri.

Paolo, film maker catanese, anche lui trent’anni, è l’altra firma di questo documentario: un vero e proprio sito web, in cui navigare all’interno del 4Stelle e delle storie che ogni giorno si svolgono al suo interno, tra fotografie, video e testi che descrivono la vita degli abitanti dell’hotel.

«Abbiamo iniziato ad andare in strada – spiega Valerio – quando c’erano le manifestazioni di lotta per la casa e, proprio in piazza, ci siamo accorti che tutte queste persone dal colore della pelle diversissimo dal nostro, ma anche gli uni dagli altri, avevano una freschezza e una forza formidabile. Ci siamo avvicinati a quelli che sarebbero stati gli abitanti del 4Stelle prima ancora che ci fosse il 4Stelle». Guarda Paolo e, con quel tono con cui si ripensa alle grandi avventure insieme, gli chiede: «Ti ricordi? Abbiamo ancora tutte quelle foto e i video fatti durante…» si ferma e, come se, a forza di lavorare insieme fossero ormai abituati a passarsi l’un l’altro il testimone della storia, è Paolo a continuare: «… le manifestazioni del movimento di lotta per la casa, sì. Era il settembre 2012, i primi tempi in cui cominciavamo a conoscerci noi due, il resto del gruppo e tutta quella gente…Vedevamo tantissimi migranti in piazza, ci chiedevamo chi fossero. Il 6 dicembre, iniziò un’ondata di occupazioni, vennero occupati ben 10 palazzi sfitti. Così siamo andati a bussare».

Come vi hanno accolto?

Paolo: «Pensavamo fosse più difficile e invece abbiamo trovato una grande accoglienza, siamo andati lì con telecamera e macchina fotografica per farci conoscere, e abbiamo iniziato subito a scattare. Quelli erano i primi giorni, tutti erano presi dalla novità e il 4Stelle era molto diverso da come è adesso»

Com’era?

Paolo: «Quando i ragazzi sono entrati lì dentro non hanno occupato le stanze subito. Hanno chiuso i piani superiori e per i primi venti giorni hanno dormito tutti insieme al piano terra, nella hall e nelle sale congressi. Non volevano diventasse una giungla. Era necessario capire quante persone e quante  famiglie ci fossero, organizzarsi per dare a ognuno la sistemazione di cui aveva bisogno. È stata l’occasione per noi di conoscere l’albergo, la comunità, le persone e, per loro, provenienti da diversissime parti del mondo, di entrare in relazione. Le persone, come in una qualsiasi hall d’albergo, cominciavano a incontrasi, ma qui lo facevano sulle cose concrete: spostare dei materassi perché il sole ti batteva sulla testa, pulire, difendersi dall’arrivo della polizia, cucinare. In molti ci hanno chiesto come siamo finiti lì: la verità è che ci siamo stati fin dall’inizio».

Osservatori interni quindi.

Valerio: «Eravamo parte della comunità, sentivamo di vivere insieme a loro qualcosa di estremamente giusto. Capitava che qualcuno stesse spostando o sistemando qualcosa mentre io facevo una foto e, in alcuni momenti, non sapevo se era più giusto fare la foto o dare una mano. E allora a volte posavi la macchina e aiutavi gli abitanti del 4Stelle in qualche lavoro pratico, oppure ti sedevi e partecipavi all’assemblea. Fotografare o riprendere erano azioni tra le altre, utili come tutte le altre a riaffermare quello che si stava costruendo lì. Man mano che vivevamo e conoscevamo le persone, il limite, fra noi che documentavamo e loro che erano oggetto del documentario, cominciava a saltare».

Paolo: «Il nostro interesse si è spostato dal capire quello che stava succedendo, alle persone, alla loro umanità. Ninish, Antony, Raffa sono stati i primi, posavamo la camera e ci bevevamo un caffè, parlavamo, ci raccontavano le loro storie. Li sentiamo ancora, domenica andiamo a pranzo da Ninish».

Nel vostro webdoc, avete mescolato testi, foto, video, perfino le voci e i rumori dell’hotel. Avete fatto comunità anche nei contenuti.

Paolo: «L’idea del webdoc nasce lì dentro. Davanti avevamo un mondo intero, una comunità, un albergo unico nel suo genere e delle azioni semplici ma importantissime per le vite di queste persone. Come lo raccontiamo? Avevamo sentito parlare dei webdoc. Fabio Ragazzo, che ha fatto da producer, aveva lavorato in Irlanda a un’esperienza simile e abbiamo deciso di provarci. Era un modo per mettere insieme le nostre competenze». Valerio: «Sentivamo il bisogno di metterci “là dove non basti tu”, dove serve qualcun altro che ti completa. E poi eravamo dentro a una comunità meticcia, contaminata da più culture e serviva un “linguaggio meticcio”, come quello degli abitanti dell’albergo, per descrivere al meglio quella pluralità di linguaggi. Avevamo gli occhi puntati anche su altre esperienze, fuori dall’Italia: in Francia i webdoc sono strumenti attivi di comunicazione. In Canada il National Film Board finanzia progetti anche da 200.000 euro».

E in Italia?

Valerio: «In Italia non esisteva niente del genere. Utilizzare uno strumento così per raccontare questa storia poteva essere innanzi tutto un megafono. Si poteva avere una diffusione e una visibilità maggiore rispetto a quella di un articolo sul giornale o di un servizio al tg».

Come avete finanziato il progetto?

Paolo: «È stato Fabio a trovare i fondi. Ma soprattutto la forza stessa della storia convinceva le persone a darci una mano, a partecipare. Un web designer (Martino Bresin), un montatore (Emanuele Redondi), un fonico (Marco Neri), una persona che ha revisionato i testi, chi ha fatto la campagna social. Si è formata una squadra corposa». Valerio: «Si è creata una forza travolgente attorno al progetto, non so come dire: ecco, spingeva. Appassionava. Coinvolgeva. Ci motivava. I pochi fondi, circa 6.000 euro, alla fine sono arrivati dall’Europa con il programma Youth in Action».

Foto, video, testi, una grande attenzione al suono. Guardando il vostro documentario, sembra davvero di passeggiare fra i corridoi del 4 stelle.

Paolo: «Abbiamo cercato di creare una narrazione anche con il suono. Il web è un luogo dove la navigazione è frammentaria, siamo abituati ad aprire mille schede, vedere un reportage, leggere un articolo, ascoltare una canzone, tornare al reportage, notifiche di facebook, mail. Siamo partiti dall’utente. Volevamo costruire una narrazione che rendessegiustizia a quel posto e volevamo che lo spettatore venisse colpito da sensazioni e emozioni come era accaduto a noi». Valerio: Una delle novità è che non è una pagina web dove ci sono dei contenuti. Il sito stesso è la storia e noi navighiamo all’interno storia. E poi c’è la questione della memoria. Siamo in Italia, qui, a differenza che all’estero, c’è la tendenza a raccontare storie che vengono dimenticate. Il nostro lavoro è in controtendenza perché questa storia rimane lì, non vuole essere dimenticata».

E perché non viene dimenticata?

Paolo: «Perché si legano memoria e partecipazione. Il webdoc deve stimolare la partecipazione. La sfida sta nell’immaginare un dispositivo d’informazione che ti faccia diventare, da spettatore passivo, utente attivo per poi farti andare oltre lo schermo. Per questo abbiamo anche cominciato a organizzare delle feste e degli incontri al 4Stelle dove le persone che avevano visto il webdoc potevano venire a toccare con mano quella realtà, incontrare le persone».

Un altro tassello al vostro linguaggio meticcio.

Valerio: «Il punto è entrare in contatto con chi o ciò che hai accanto. Senza contatto si cade nell’oblio, come avviene con le notizie dei quotidiani o le foto di cronaca. Il punto è realizzare dei prodotti sostenibili anche dal punto di vista relazionale. Se le persone, dopo aver guardato il tuo documentario, non escono di casa e non si mettono in gioco per cambiare qualcosa, non serve a nulla. Se le cose non ci toccano, finiamo per dimenticare tutto e dove non c’è memoria non può esserci buona informazione».

@GioGolightly

4Stelle Hotel

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