Mafuìla Mavùba era chiamato il mago perché autore di splendide punizioni e perché è stato il primo dalle sue parti a segnare da calcio d’angolo. E poi c’era sempre qualcuno pronto a giurare di averlo visto sventolare, come i prestigiatori, un fazzoletto bianco prima del tiro. E magari era solo un rito animista per lui, mezzala del Vita Club di Kinshasa, dirimpettaia di Brazzaville: capitale dell’altro Congo sulla sponda opposta dell’omonimo fiume raccontato da Joseph Conrad.

Era il ’71 e un altro Joseph, il presidente Mobutu aveva appena deciso di chiamarsi Sese Seko e di rinominare Zaire l’ex dominio di re Baldovino del Belgio i cui interessi rimanevano saldi nelle miniere del Katanga, dove dieci anni prima era stato trucidato Patrice Lumumba, l’unico democraticamente eletto nella storia del Paese. Le dittature, è ben noto, necessitano sempre di rappresentative calcistiche e infatti, già nel ’68, il Congo-Kinshasa aveva vinto la Coppa d’Africa per ripetersi nel ’74 con il nuovo nome e grazie ai gol del centravanti Mulamba detto “l’assassino” che portò lo Zaire di Mobutu ai mondiali in Germania.

Mafuìla “Ricky” Mavùba figurò tra i convocati con il numero 18 ma rimase in panchina nelle tre gare contro Scozia, Jugoslavia e Brasile che significarono 0 gol fatti, 14 subiti e l’immediato ritorno a casa tra le braccia vendicative del monarca che, come tutti i burattini al potere, aveva puntato molto sulla vetrina internazionale pur conservando nella manica l’asso di riserva: il match tra Alì e Foreman previsto sul ring di Kinshasa nell’ottobre dello stesso ’74.

Ricky Mavùba, classe ’49, smette presto di giocare e rimane a vivere nel quartiere di Makala. Dopo aver sposato Teresa, una donna angolana, si trasferisce proprio nella vicina Angola in cerca di una vita migliore, ma scoppia la guerra civile, provocata dai soliti mercenari al soldo della Cia che mirano a rovesciare il governo socialista e alimentata dal bianco Sudafrica i cui soldati invadono il ricco territorio dell’ex dominio portoghese.

Mentre arriva in soccorso l’esercito di Cuba, Ricky e Teresa, incinta all’ottavo mese, si imbarcano a Luanda su di un battello carico di gente in fuga sperando di arrivare vivi a Marsiglia. Il viaggio è lungo e massacrante tanto che in un punto qualsiasi dell’Atlantico tra il Golfo di Guinea e Gibilterra, Teresa è sopraffatta dai dolori del parto e mette al mondo un maschietto in ottima salute. Lo chiamano Rio, Rio Antonio Mavùba. È l’8 marzo ’84.

I tre sono accolti in Francia da rifugiati e da rifugiati sopravvivono. Il piccolo Rio perde la sua mamma a 2 anni e il papà a 12. Rimane solo contro tutti, solo con il suo sogno: diventare anche lui un centrocampista. Gavetta nelle giovanili del Bordeaux, debutto nel campionato maggiore a 19 anni, mezza stagione in Spagna e trasferimento a Lilla nella squadra di cui ancora oggi è capitano e con cui ha vinto scudetto e coppa di Francia. Prima di esordire nella Nazionale di Parigi, ha respinto le offerte della Repubblica Democratica del Congo cui ha voluto regalare una fondazione per gli orfani del quartiere di Makala. Rio Mavùba ha sempre affermato: “Io sono francese”, così come certifica il suo passaporto: Nato in mare.

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