Alla fine se ne è andata. Un attacco di polmonite ha posto fine il 18 maggio 2015 alla straziante vicenda di Aruna Shanbaug di cui la cui storia aveva appassionato i lettori di Left qualche anno fa.

Infermiera presso il King Edward Memorial Hospital di Mumbai e prossima alle nozze con un medico della stessa struttura, nel 1973 Aruna subì uno stupro bestiale da un addetto alle pulizie le cui negligenze la donna aveva segnalato. Fu un guinzaglio per cani strettole al collo per immobilizzarla a provocarle, con l’asfissia, danni permanenti al cervello.

L’aggressore la fece quasi franca, con una condanna a soli 7 anni di carcere, dopo essere stato denunciato per rapina e tentato omicidio senza menzione della violenza sessuale al fine di salvaguardare l’onore della vittima. Attorno ad Aruna invece, caduta in un coma vegetativo, si raccolsero in molti con straordinaria fraternità. Il personale dell’ospedale, le sue colleghe, iniziarono ad assisterla pronti anche a difendere il suo letto dal management sanitario che voleva porre fine alla lunga degenza. La difesa ebbe successo, ma intanto ad Aruna venivano inibite le analisi e le terapie speciali che avrebbero potuto giovarle. Formalmente la donna era solo stata vittima di una tentata rapina e questo, col passare degli anni, aveva “banalizzato” il suo caso, che rischiò d’essere del tutto dimenticato.

Solo nel 1998, il libro Aruna’s Story della giornalista Pinki Virani pose all’attenzione dell’opinione pubblica indiana la vicenda. Virani rivelò la storia e reclamò un indennizzo per Aruna sottolineando il diritto della donna ad essere curata adeguatamente. Virani finì col presentare il caso alla Corte Suprema di Delhi chiedendo l’autorizzazione a porre fine allo stato vegetativo dell’infermiera, stato che violava il suo diritto ad una vita dignitosa. Nel 2009 la Corte Suprema affrontò la questione e dispose verifiche che accertarono l’irreversibilità della condizione di Aruna. Nel 2011 respinse però la richiesta di applicarle l’eutanasia, accogliendo però il principio dell’eutanasia passiva. In assenza di una legge ad Aruna potevano insomma essere sospesi su richiesta di parenti o, in loro assenza, di amici, tutti i trattamenti, compresa l’alimentazione e idratazione forzati.

La sentenza sollevò un acceso dibattito, alimentato preventivamente nel 2010 dal film di Bollywood Guzaarish, dal cast stellare, incentrato sulla richiesta di “dolce morte” presentata alla Corte Suprema da parte di un uomo paralizzato a sostenere il diritto all’eutanasia. Il caso non ha però mai assunto le tinte della guerra di religione. Per più motivi: per i tabù legati alle violenze sessuali, di cui solo negli ultimi anni in India si è iniziato a discutere sul serio; perché la storia di Aruna era comunque troppo piccola per poter sollevare clamore. Fatto è che l’infermiera non si è trovata difesa da religiosi interessati a cavalcare ideologicamente la faccenda, ma bensì dalle sue e dai suoi colleghi, che continuavano amorevolmente a curarla.

Le reazioni alla sua scomparsa, che appaiono in queste ore sui media indiani sono di grande commozione di fronte ad un dramma durato 42 anni. Incondizionati sono gli elogi alle amiche e agli amici della donna che l’hanno tenuta in vita. La prova straordinaria di solidarietà ha finito per creare un legame fortissimo tra tutti quelli che hanno partecipato al dramma di Aruna. E in ogni caso l’India, sul delicato tema, per via di questa storia, è molto più avanti dell’Italia.

@LeftAvvenimenti

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