Volete un primo assaggio del Ddl Buona scuola appena approvato alla Camera? Basta leggere attentamente tra le righe del lunghissimo (25mila parole e 209 commi) e farraginoso testo del maxiemendamento. Ma prima, vi ricordate le parole di Renzi il 13 marzo al momento della presentazione? «Mai più classi pollaio», aveva annunciato. Ebbene, oggi quella frase viene presa per buona da quasi tutti i media: «Ridotti gli studenti in classe», si legge nei report spesso trionfalistici. Non è proprio così. Il comma 84 in effetti dice che il dirigente scolastico, tra i suoi super poteri, ha anche quello, viste le risorse anche logistiche e i prof disponibili (l’organico dell’autonomia), di ridurre il numero di alunni e di studenti per classe. Peccato che il comma 83 della relazione tecnica che accompagna il ddl 1934 reciti così: «La possibilità di ridurre il numero degli alunni per classe dovrà, parimenti nel rispetto del limite sulla dotazione organica prevista, comportare un aumento di tale limite nelle altre classi». Tradotto significa questo: la riduzione di studenti non sarà per tutte le classi secondo un criterio di uguaglianza per garantire una migliore qualità dell’insegnamento. Avverrà caso per caso, e laddove si verifichi, gli alunni in sovrappiù saranno “spalmati” in altre classi.

 

Una riforma che rende le scuole tante piccole aziende territoriali del sapere. E le famiglie sono i clienti (cit. Abravanel)

 

Con il rafforzamento dell’autonomia e l’introduzione dei super poteri dei presidi si stabilisce per legge che le scuole saranno diverse da territorio a territorio. Viene a mancare l’idea costituzionale del sistema scolastico che dia le stesse possibilità a tutti. Così, nelle scuole della riforma renziana avremo anche insegnamenti diversi, perché nell’ambito dell’autonomia viene consentito anche di “rimodulare il monte ore di ogni disciplina”. Non solo, negli ultimi anni delle scuole superiori sarà possibile, per personalizzare il curriculum dello studente in vista dell’orientamento universitario, introdurre materie opzionali aumentando il monte ore. Naturalmente sarà tutto gestito dal dirigente scolastico che ha il potere di valutare i docenti, di premiarli e di assumerli (non può farlo con i parenti, però, grazie a un emendamento M5s). Il preside dovrà anche reperire, attivandosi, le risorse dai territori e dai privati. Ma sarà facile – naturalmente nei territori ricchi – perché il comma 145 promuove «le erogazioni liberali in denaro destinate agli investimenti in favore di tutti gli istituti del sistema nazionale di istruzione». I privati possono dare soldi anche per costruire scuole e per potenziare laboratori e strutture esistenti. Non possono superare la somma di 100mila euro ma avranno un credito d’imposta del 65%. Vi ricordate il 5 x mille da indirizzare per una scuola ad hoc? Quel punto del ddl originario non passò perché ci fu la sollevazione del terzo settore. Ma lo School bonus è, sotto un’altra forma, un modo per favorire la “propria” scuola di riferimento. Sempre per i finanziamenti, poi, rimane la detrazione fiscale per chi iscrive il proprio figlio alle scuole paritarie private… Insomma anche in questo caso disuguaglianze ovunque dietro l’angolo.

 

Il mistero delle deleghe in bianco Il Parlamento lascia mano libera al governo su temi fondamentali

 

Il comma 180 lo dice chiaramente: il governo entro diciotto mesi dalla data in vigore della legge deve adottare uno o più decreti legislativi per provvedere al riordino, alla semplificazione e alla codificazione delle disposizioni legislative in materia di istruzione». Da pagina 36 a pagina a 41 sono elencati gli ambiti su cui spetterà al governo l’ultima parola, senza il vaglio del Parlamento. E non sono bruscolini.

Il governo infatti può: riscrivere il Testo unico dell’Istruzione, decidere sulla formazione, sui concorsi, sui trattamenti economici del tirocinio e sul passaggio al contratto a tempo indeterminato, ridefinire il ruolo del sostegno, rivedere tutta la parte della formazione personale e quello, fondamentale della scuola dell’infanzia, da 0 a 6 anni che non figura nella Buona scuola. Inoltre, deve definire nei futuri decreti legge la «garanzia dell’effettività del diritto allo studio su tutto il territorio nazionale, nel rispetto delle competenze delle regioni.. attraverso la definizione dei livelli essenziali di prestazioni». Vale a dire, prima faccio la scuola come voglio io, poi, in seguito dico quali devono essere i parametri uguali per tutti. È come costruire una casa dal tetto e non dalle fondamenta….

 

La battaglia del mondo della scuola e l’assenza della sinistra. La formazione di una “coscienza di classe” dell’insegnante

 

Non si era vista mai, nemmeno ai tempi della Gelmini, una mobilitazione così vasta e trasversale, anche al di là dei sindacati, per la prima volta, va detto, uniti. Oltre 600mila docenti in sciopero il 5 maggio, i flashmob, la associazioni e i comitati nati ovunque. Sono scesi in piazza anche insegnanti che non avevano mai preso in mano un volantino prima d’ora. La Buona scuola ha avuto come effetto la formazione di una identità del prof che forse Giannini e Renzi non si aspettavano così forte e ostinata. Preparati, colti, ironici, i prof italiani si ribellano principalmente ai due principi costituzionali che sentono violati: la libertà d’insegnamento e l’uguaglianza del sapere.

Questa indignazione mentre è stata accolta da Sel, M5s e pochi dissidenti Pd come Fassina e Civati (adesso fuori dal Pd), Tocci e Mineo, non ha trovato una risposta nel partito democratico. Succube del segretario-premier, salvo pochi casi (oggi hanno votato no Alfredo D’Attorre, Vincenzo Folino, Angelo Capodicasa, Giuseppe Zappulla e Carlo Galli) il partito democratico non ha voluto capire la reale portata della riforma. E se l’ha capita, è stato l’ennesimo atto di subalternità a uno pseudo-pensiero neoliberista considerato necessario e ahimè di sinistra. Questa cecità-complicità avrà conseguenze notevoli, se la legge andrà avanti, sul sistema scolastico, sulla conoscenza e sulla cultura delle giovani generazioni. E anche sulla tenuta elettorale del Pd…

Ma forse l’“atto iniziale di un nuovo protagonismo della scuola”, come ha twittato il ministro Giannini, significherà altro: referendum abrogativi, ricorsi legali, boicottaggio a settembre dei comitati di valutazione e uffici nel caos per i trasferimenti e le assunzioni. Vedremo e racconteremo.

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