Succede che gli economisti si facciano prendere la mano. E succede che gli economisti litighino tra di loro. Specie in tempi di crisi e necessità di individuare delle risposte e di aspre contese politiche come quelle di questi anni. Negli Stati Uniti del dopo Lehman, così come nell’Europa della possibile Grexit. E, infine, succede che gli economisti, quando scelgono di commentare, usino i dati a sproposito o non li usino affatto. Ci era sfuggito – ed era sfuggito a molti, che non se ne trova grande traccia nella rete scritta in italiano – l’articolo di stroncatura delle posizioni di Francesco Giavazzi sulla Grecia espresse sul Financial Times scritto per Medium dal professor Karl Whelan. Ne parliamo oggi perché ci pare che sulla vicenda greca si sia fatta molta cattiva informazione e si sia parlato molto a sproposito. Basandosi su pre-concetti e non sui numeri.

Non contestiamo le tesi di Giavazzi e non abbracciamo quelle di Whelan, ma ci limitiamo a riportare quel che l’economista di stanza a Dublino segnala come scarsa aderenza ai dati della column del professore italiano. Per carità, di recente ci sono stati casi clamorosi di uso a sproposito dei numeri in economia: Thomas Herndon, giovane Phd americano ha stroncato Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff e il loro “Growth in a Time of Debt”, che in teoria doveva essere la “prova provata”, che se il debito pubblico di una nazione raggiunge la soglia del 90% del Pil, diventa un ostacolo non aggirabile alla crescita. E, per venire ad economisti di sinistra, Thomas Piketty si è dovuto difendere dalle accuse del Financial Times sulla qualità dei suoi dati relativi alla diseguaglianza (il cuore del suo lavoro).

Ma veniamo a Giavazzi e alla Grecia e sottolineiamo come in questo caso si tratti di un articolo di commento e non di una teoria economica. Più facile trovare i dati giusti, meno grave, che il tempo di un articolo passa in fretta. Nel suo commento (la traduzione è nostra), Giavazzi scrive:

Cinque anni di negoziati che hanno ottenuto praticamente nulla (le poche riforme che erano state adottate, come una piccola riduzione del numero gonfiato di dipendenti del settore pubblico, sono state cancellate dalla coalizione guidata da Syriza. E ‘abbastanza evidente che i greci non hanno voglia di modernizzare la loro società.

Troppo Stato, insomma e nessun passo avanti negli ultimi cinque anni. Ma è proprio così? Davvero in materia di deficit, pensioni e occupazione pubblica quei pigri dei greci non hanno fatto nulla? Di seguito le tabelle che Whelan usa per smentire Giavazzi. La prima riguarda l’occupazione nel settore pubblico, effettivamente un po’ gonfio per un piccolo paese. Bene, i dati sono piuttosto chiari: poco meno di 300mila posti tagliati in sei anni, circa un terzo della forza lavoro statale. E Syriza, scrive l’economista su Medium, promette di riassumerne 16mila – ma questo era prima dell’Eurogruppo.

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Veniamo al deficit, dalla tabella qui sotto si evince come la Grecia sia passata da un -9,9% sul Pil nel 2008 a un -2,5% nel 2014 (lasciamo stare le previsioni per il 2015). Un rientro enorme e faticoso, specie perché fatto in anni senza crescita del Pil. L’Italia, di questi tempi spesso elogiata per il rigore, fa scendere il deficit di tre punti percentuali. E ciascun italiano sa quanto questa sia e sia stata una cura difficile da digerire per il Paese.

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Quanto all’età pensionabile, la tabella qui sotto mostra come, nel 2060 i greci saranno tra quelli che andranno in pensione più tardi (la linea rossa rappresenta l’età pensionabile dopo la riforma). Qui Whelan commette un mezzo errore sull’Italia spiegando che la riforma pensionistica italiana è stata cancellata dalla corte costituzionale. La verità è che la Corte è intervenuta sull’indicizzazione delle pensioni (quindi sulla spesa) non sul sistema pensionistico.

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Il tema resta lo stesso: in tempi di ragioneria e contabilità è bene usare i numeri giusti, dare giudizi portando esempi corretti. Altrimenti il rischio è non prendere nessuno sul serio. Sarebbe un peccato.

@LeftAvvenimenti

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