Cosa sta accadendo alla riforma Rai? Perché è arrivato all’ultimo minuto quell’emendamento del governo? Che cosa significano le modifiche – contenute nell’emendamento – all’articolo 6 relative alle norme transitorie? In pratica sono due: si può rinnovare il consiglio di amministrazione con l’attuale legge Gasparri e, una volta approvato il ddl 1880 – il voto finale previsto il 31 luglio -,  il direttore generale avrà i super poteri dell’amministratore delegato che sono definiti appunto nella riforma renziana. Uno strano ibrido che fa pensare. Il governo ha paura che si vada per le lunghe e quindi, prorogherebbe ancora per un po’ l’attuale Cda, già scaduto, peraltro? Ma perché, visto che il lavoro in commissione è proceduto abbastanza bene, senza tanti colpi di scena, anzi, verrebbe da dire, nel silenzio generale?

Il senatore Alberto Airola (M5s) dice di essere rimasto molto colpito dall’emendamento del governo. «Sarebbe una proroga della proroga che tra l’altro durerebbe tre anni. Non solo, il comma 3 dice che il dg nel momento in cui venisse approvata la legge acquisirebbe gli ampi poteri che avrebbe l’amministratore delegato della riforma. Questo sembra un ‘quasi Gasparri’: tu ti tieni il cda lottizzato, io mi prendo l’amministratore delegato con i nuovi poteri».

Anche il senatore del partito democratico Federico Fornaro, primo firmatario di un disegno di legge di riforma Rai molto diverso da quello governativo, perché prevedeva la distinzione tra la gestione e il controllo di garanzia e indirizzo, è piuttosto scettico. «Francamente non ne capiamo le ragioni,  le cose che ho letto non mi convincono, si è fatto tutto questo lavoro…Adesso c’è una norma transitoria che, portata ai limiti, significa che per tre anni rimane il dg nominato con la Gasparri, con i poteri previsti dalla nuova normativa. Potrei capire l’ibrido se lo è per trenta giorni ma se è un ibrido che teoricamente può durare tre anni, c’è differenza. È vero che una grande azienda non può essere lasciata senza guida, ma c’è limite a tutto», afferma Fornaro.

Quale scenario quindi in aula la prossima settimana? Intanto Fornaro ha presentato due emendamenti soppressivi, esattamente dei comma 1 e comma 3 dell’emendamento del governo, quelli, appunto, della governance “ibrida”. Naturalmente rimane in piedi tutto l’aspetto “centralistico” del ddl 1880. Cioè la riduzione dei consiglieri da 9 a 7, due eletti dalla Camera e due dal Senato, due designati dal Consiglio dei ministri, uno dall’assemblea dei dipendenti Rai. Con l’amministratore delegato dotato di super poteri e nominato su proposta dell’assemblea degli azionisti. “Il problema è sempre quello: comunque resta un testo che mette la governance in mano alla politica”, dice Airola che racconta come qualcosa delle proposte dei M5s siano passate in Commissione. E cioè che almeno in merito alle competenze, i consiglieri non siano dei condannati. «Noi chiediamo però che non venga nominato come consigliere chi almeno negli ultimi cinque anni non abbia avuto funzioni governative o cariche elettive», sottolinea il senatore M5s. 

Anche per Fornaro rimangono molti punti interrogativi. E infatti sono due gli emendamenti firmati dal senatore Pd e da altri su «due nodi: la fonte di nomina dell’ad e del presidente del Cda». E qui ritorna il tentativo, fatto da più parti politiche di collocare la riforma Rai in una cornice europea. Ma soprattutto quello di garantire che l’informazione non dipenda troppo dai governi di turno. L’indipendenza cioè, di un mezzo di comunicazione così importante per la formazione dell’opinione pubblica.

«Rispetto alla nomina dell’ad noi riteniamo che siamo più in linea con il resto d’Europa se è il consiglio di amministrazione a nominare l’ad, punto e basta. Invece nel testo di legge c’è scritto ‘su proposta dell’assemblea’, ma l’azionista, non dico di maggioranza ma praticamente assoluto, è il governo», continua Fornaro. E allora «è chiaro che la nomina dell’amministratore delegato sarebbe di nomina governativa, ma questo avviene, come è stato detto dalla direttrice della European broadcasting union, soltanto in Bulgaria, mentre in altri Paesi o c’è il modello fondazione come per la Bbc o quello classico del board».

Il secondo punto è la fonte di nomina del presidente. «C’è una soluzione di compromesso ma non è soddisfacente, se si vuole un presidente di garanzia, la via maestra è che sia nominato d’intesa tra i presidenti di Camera e Senato», dice il senatore Pd.

Infine il capitolo delle deleghe in bianco, contenute nell’articolo 4 (sul canone) e nell’articolo 5 sulla possibilità da parte del governo di mettere mano al testo unico del sistema radiotelevisivo. Due temi che non sono da poco se si parla di riforma Rai. Sia Airola che Fornaro chiedono che il sottosegretario con delega alle Comunicazioni  Alberto Giacomelli renda i due articoli più chiari e che almeno le deleghe vengano precisate.

C’è molta fretta, anche se giustificata perché una grande azienda come la Rai, non può rimanere senza una guida certa. Ma anche in questo caso, un po’ come è avvenuto per la scuola, il governo pensa all’organizzazione ma non ai contenuti. «Non è partito il dibattito soprattutto a livello culturale. Un silenzio assordante: l’informazione è considerata come società dello spettacolo, anzi, una degenerazione dello spettacolo», conclude Airola.

 

@dona_Coccoli

 

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