Nell’ultima settimana gli equilibri lungo il confine turco-siriano sono cambiati e Ankara ha improvvisamente scelto di giocare un ruolo attivo nella guerra contro l’ISIS dopo che per mesi aveva chiuso entrambi gli occhi o, come hanno rivelato molte fonti, aveva cooperato con il gruppo estremista religioso, ad esempio consentendo il contrabbando di petrolio. Le ragioni sono molte e vanno messe in ordine.

    •  Lunedì scorso 32 persone sono morte in seguito a un attentato nella città a maggioranza curda di Suruc, al confine con la Siria, tutti volontari in zona per portare aiuti alla ricostruzione di Kobane.
    •  Giovedì due guardie di frontiera vengono uccise dall’ISIS lungo il confine siriano e guerriglieri del PKK uccidono due poliziotti come risposta all’attentato di Suruc che, sostengono, è stato organizzato con l’aiuto e consenso delle autorità di Ankara.
    •  Venerdì le autorità turche arrestano centinaia di persone, legate sia all’ISIS che al PKK, “senza fare distinzioni tra le organizzazioni terroristiche”, come spiegano fonti governative turche.
    •  Sabato è la volta di bombardamenti contro campi del PKK e dell’ISIS; il PKK annuncia la fine del cessate-il-fuoco unilaterale.
    •  Domenica un’autobomba uccide due soldati turchi a Diyarbakir, mentre i bombardamenti continuano e a Istanbul va in scena la protesta – repressa con violenza – che infiamma anche le città del Kurdistan turco, dove il PKK è molto forte.

A loro volta i curdi siriani dell’YPG (alleato del PKK) denunciano che alcune loro formazioni e il villaggio di Zormikhar sono stati bombardati da artiglieria turca. Ankara nega. Viene annunciato l’accordo tra Turchia e Stati Uniti per creare una zona libera dall’ISIS che potrebbe anche diventare una zona di accoglienza per i rifugiati siriani in fuga.

 

Per mesi Ankara aveva negato l’uso delle basi aeree agli americani impegnati nei raid anti-ISIS in Siria. In teoria al patto partecipano anche le forze che combattono l’ISIS sul terreno, la più importante tra queste è l’YPG. La trattativa con Ankara, chiusa in maniera definitiva dopo una telefonata tra i presidenti Obama ed Erdogan, è stata avviata dal generale John Allen e il sottosegretario alla Difesa statunitense Christine Wormuth. L’uso delle basi turche consentirà missioni più rapide agli aerei americani, che avranno a disposizione piste meno lontane dagli obbiettivi.

I curdi, l’ISIS e la situazione sul terreno (Cfr.org)

 

Martedì si riunisce il consiglio Nato, convocato d’urgenza su richiesta turca per discutere “della nuova situazione creatasi” in seguito alle azioni terroristiche dei giorni scorsi. Ankara mette assieme le azioni dell’ISIS e del PKK e chiede un avallo dell’Alleanza Atlantica a questa lettura della situazione sul terreno. Resta da capire se gli occidentali, Stati Uniti in testa, sono disposti ad accettare l’idea che la ripresa della guerra interna contro il PKK sia una parte della lotta al terrorismo islamico in Siria e Iraq.

 

L’attentato di Suruc, dove muoiono dei turchi e dei curdi, viene usato da Ankara come pretesto per avviare una campagna militare che risponde alla necessità di intervenire contro l’ISIS in una situazione cambiata sul terreno: il pericolo che la violenza del gruppo militante islamico si trasferisca all’interno della Turchia e il ruolo sempre più determinante giocato dell’YPG alleato del PKK, che sta producendo un oggettivo rafforzamento anche del gruppo guidato da Abdullah Ocalan. La presa per mano curda di Tel Abyad, città di confine, sembra aver determinato la scelta. La vera chiave, poi, è quella di trovare un pretesto riaprire le ostilità proprio nei confronti del PKK e di cercare, grazie alla contemporanea apertura di un fronte anti-ISIS, la copertura internazionale.

L’atteggiamento della Turchia nei confronti della vicenda siriana è mutato diverse volte. L’aiuto a gruppi islamisti collegati ad al Qaida è appurato, così come l’accondiscendenza nei confronti dell’ISIS e l’ostilità nei confronti dell’YPG – nei giorni più duri dell’assedio di Kobane Ankara è stata criticata anche da molte capitali occidentali.

Il nuovo atteggiamento turco è destinato a cambiare molto la situazione in Siria. Ma molto di quel che è successo in questi giorni riguarda il quadro politico interno turco. L’opposizione di sinistra e curda del Hdp, entrata in Parlamento alle ultime elezioni con un risultato sopra le aspettative, ha accusato Erdogan di voler trascinare il Paese nella guerra civile. Il leader del Hdp, Selahattin Demirtaş, ha dichiarato: “Un governo e un primo ministro provvisori stanno trascinando il paese in una guerra civile e regionale. La Turchia è impantanata in Medio Oriente a causa delle politiche sbagliate verso la Siria”.

Di rischio di guerra civile parla anche Richard Haass, direttore del Council on Foreign Relations, il primo think-tank di politica estera Usa con un tweet:

Interessante, se pure viene da una parte molto in causa, il comunicato del leader di Hezbollah, Nasrallah, che sostiene che colpendo i curdi, i turchi fanno gli interessi dell’ISIS. Naturalmente Nasrallah, che combatte al fianco di Assad, spiega che ISIS è protetto anche dagli Usa. Altrettanto interessante che parli dei curdi come di “combattenti per la libertà”, visto che gli stessi sono in guerra contro il regime di Damasco – un segno come un altro di quanto intricata sia la situazione siriana.

A cosa si riferiscono tutti quando parlano di guerra civile in Turchia e perché la scelta di tornare alla guerra con il PKK? In parte si è detto delle preoccupazioni alla crescita di influenza e forza dell’YPG. Ma non basta. Alle elezioni dello scorso giugno il partito di Erdogan, l’Akp, ha perso la maggioranza assoluta e non è per ora in grado di formare un governo. Questo significa due cose: la prima è che probabilmente si tornerà al voto; la seconda è che il presidente comanda de facto il Paese nonostante non abbia quel mandato (la Turchia non è una repubblica presidenziale). Il governo in carica è quello a interim e uscito sconfitto dalle elezioni, di Ahmet Davutoglu, in carica dall’elezione di Erdogan alla presidenza nell’agosto 2014.

La riapertura del fronte curdo è probabilmente una strategia di politica interna di Erdogan che mira così a catturare quel voto nazionalista legato alle forze armate a cui non piace l’idea di una maggioranza a carattere religioso e a cui, di converso, piace molto l’idea di una lotta senza tregua al PKK. Certo è che con gli equilibri instabili della regione, i curdi rafforzatisi politicamente e militarmente nei Paesi confinanti, l’idea di tornare al conflitto degli anni 90, che ha fatto 40mila morti, è più che pericolosa. C’è almeno da sperare che la Nato non scelga di lasciar fare a Erdogan una nuova guerra sporca.

@minomazz

 

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