Che fine ha fatto la “Relazione annuale al Parlamento su droga e dipendenze 2015″? Sul sito della Presidenza del Consiglio dei ministri si legge che deve essere presentata ogni anno entro il 30 giugno, ma per il momento tutto tace. Eppure la Relazione, a cui contribuiscono tra l’altro, quattro ministeri (Giustizia, Salute, Interno e Difesa), l’Istituto superiore di Sanità, l’Istat, il Cnr, il Coordinamento Regioni, è fondamentale perché fornisce le informazioni utili per gli interventi legislativi e i servizi contro le tossicodipendenze. Interventi quantomai necessari, viste le ultime notizie di cronaca che raccontano della morte di un sedicenne in una discoteca a Riccione e di seri disturbi neurologici per tre ragazzi napoletani. Il primo aveva assunto Mdma (il principio attivo dell’ecstasy), gli altri, “amnesia”, un mix di marijuana spruzzata di metadone.

Per comprendere il grado di consapevolezza dei giovanissimi a proposito degli effetti delle droghe, abbiamo sentito Sabrina Molinaro, ricercatrice responsabile della ricerca Epsad che viene realizzata dall’Istituto di Fisiologia Clinica del Cnr attraverso questionari distribuiti fra ragazzi tra i 15 e i 19 anni. Questo studio, insieme a quello relativo alla popolazione in generale, fornisce dei dati che sono contenuti proprio nella Relazione annuale 2015.

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«I ragazzi non hanno nessun tipo di coscienza rispetto all’uso delle droghe, soprattutto rispetto alle sostanze chimiche», afferma la ricercatrice. «Alla domanda sull’uso di sostanze sconosciute un 4 % dichiara di averlo fatto e un 2 % sostiene di usarne costantemente, quindi è facile dedurre che manca una percezione reale delle sostanze che assumono» .

Dallo studio emerge il dato per cui 27 studenti su 100 hanno assunto nell’ultimo anno una sostanza e che un terzo ha dichiarato di aver fatto uso di cannabis almeno una volta nella vita. Cannabis che, come per la popolazione in generale, è in testa, seguita da cocaina, sostanze chimiche, allucinogeni ed eroina. «La cosa importante sarebbe fare educazione – continua Molinaro -, educare i ragazzi sui rischi correlati ad alcuni comportamenti. Ma l’educazione va fatta in una maniera giusta. Per esempio è inutile sostenere che la cannabis fa venire ‘i buchi al cervello’, invece è importante dire ai ragazzi che se  uno comincia a sudare freddo e gli batte forte il cuore e gli manca l’aria, ecco questo può essere un attacco di panico scatenato dal Thc che c’è dentro la cannabis. Quindi importante è non spaventarsi e soprattutto chiamare qualcuno in aiuto». E a proposito della morte in discoteca: «Se a quel ragazzo avessero spiegato che prendendo Mdma sarebbe andato incontro a disidratazione, con 45 gradi,  mente stai ballando e dimentichi di bere e di fare la pipì, ecco, se gli fossero state fornite le informazioni attraverso quella che anni fa si chiamava riduzione del danno, il ragazzo sarebbe potuto essere ancora vivo», sottolinea.

Interventi di informazione che nel caso per esempio del gioco d’azzardo “problematico”, hanno funzionato. «Negli ultimi cinque anni dopo che il gioco d’azzardo è stata considerata una dipendenza, nelle scuole sono stati fatti interventi di prevenzione: ebbene nei territori dove in qualche modo ai ragazzi si facevano vivere e conoscere esperienze legate al gioco, nelle scuole la dipendenza è diminuita del 30 per cento». Anche se qua e là ci sono esperienze di educatori di prossimità, di strada, che vanno nei rave o stazionano con i camper davanti alle discoteche, «è tutto delegato alla volontà degli operatori, non ci sono campagne nazionali serie». Ma i ragazzi sono disponibili a essere “educati”? «Ai questionari rispondono volentieri, anche con troppi dati, a volte. È chiaro che la nostra ricerca riguarda una parte della fascia giovanile perché mancano i drop out, cioè quelli che non vanno a scuola, e anche quelli che sono talmente dentro al problema che non rispondono ai questionari. Ma non c’è chiusura, anzi, sarebbero felici di confrontarsi con chi ha competenze sulla materia», conclude Sabrina Molinaro.

@dona_Coccoli

 

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