Era il 5 aprile 1994 quando Kurt Cobain, fragile leader dei Nirvana, volto e voce del Grunge che ha influenzato almeno due generazioni di adolescenti (la sua Smell like teen spirit è stato vero e proprio inno per milioni di ragazzi), si toglie la vita con un colpo di fucile. Da allora su Cobain si è scritto tanto nel tentativo di dissipare misteri e dubbi sulla sua morte o di capire anche solo qualcosa in più di quell’anima complicata. Sono stati pubblicati i suoi diari, addirittura è comparso un inedito ritrovato durante le riprese del documentario “Kurt Cobain: Montage of Heck” e aggiunto alla colonna sonora del film prodotto da Hbo.

Il mistero principale – perché ogni mito necessariamente richiama come corollario una serie indefinita di leggende metropolitane e teorie complottiste – rimane quello della morte del cantante. Ufficialmente infatti fu archiviato come suicidio, ma per anni c’è chi ha malignato che a uccidere il leader eroinomane fosse stata la moglie Curtney Love. A riaprire il giallo Cobain in questi giorni, forse proprio sull’onda del successo del documentario biografico e della frenesia dei fan per l’imminente uscita dell’album inedito, è stato il giornalista televisivo Richard Lee, che in una tv locale di Seattle ha mandato in onda il programma Now See It Person To Person: Kurt Cobain Was Murdered, durante il quale ha chiesto di riaprire il processo e rendere pubbliche una serie di fotografie che proverebbero l’assassinio del frontman dei Nirvana. Per ora lo scorso marzo sono già state rese pubbliche alcune foto del preseunto “luogo del delitto”, diffuse dalla polizia pochi giorni dopo il ventesimo anniversario della morte di Cobain. Quello che si può vedere negli scatti però decisamente non sembra provare nulla: solo qualche effetto personale, il kit da eroina, un berretto da aviatore, occhiali da sole e qualche dollaro. Proprio il detective che si è occupato recentemente di riesaminare il caso ha dichiarato che senza dubbio la morte di Kurt Cobain è dovuta a un suicidio.

GALLERY | Le foto rese pubbliche dalla polizia di Seattle

(fonte)

Eppure i dubbi di chi non vuole credere a questa fine rimangono, tanto che  il giudice della Corte Suprema Theresa Doyle sta decidendo proprio in queste ore se far riaprire o meno il caso e fare chiarezza su elementi come questi:

 

• Come ha fatto Cobain a spararsi se il suo corpo era talmente pieno di eroina da non consentirgli di imbracciare un pesante fucile? 

• Perché non ci sono le sue impronte digitali né sull’arma né sulla penna con cui ha scritto la sua lettera d’addio? 

• Perché il messaggio sembra scritto da due mani diverse? 

 

Le reazioni della famiglia sono state immediate e contrarie alla riapertura del “cold case” Cobain. Per Courtney Love, vedova del cantante: «La divulgazione pubblica delle foto riaprirebbe le mie vecchie ferite e mi procurerebbe nuove sofferenze. Sarebbe inoltre una madornale violazione della nostra privacy. Non riuscirei a cancellare quelle immagini dalla mente. Sarebbe un trauma enorme per me e per altri». Mentre la figlia Frances Bean, che all’epoca del suicidio di Cobain aveva solo 20 mesi, ha detto: «Ho dovuto affrontare molti problemi a causa della morte di mio padre. Fare ulteriore sensazionalismo con la pubblicazione di queste foto, sarebbe per me un dolore indescrivibile. Vengo continuamente molestata da fan ossessionati, e temo che la situazione possa peggiorare. Un fan ha fatto irruzione nella mia casa in California e ha aspettato per tre giorni il mio ritorno perché credeva che l’anima di mio padre fosse entrata nel mio corpo».

  @GioGolightly

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