Engadina, Svizzera. La tavola è ricca. Il gesto eloquente. Di quelli che abbiamo visto migliaia di volte, persino fatto migliaia di volte. Quando volevamo dire a qualcuno di andarsene, perché non era desiderato. Via. Con la mano destra il ricco costruttore svizzero fa il gesto di “sciò, via”. E con lo sguardo mi sorride mentre seduti alla tavola ricca, mangiamo. Gli avevo chiesto se anche lì risentissero delle ondate di migranti che affaticavano le coste del nostro Paese in quei mesi caldi. Nessuna parola, un sorriso tonto e un gesto. Via. Poi deve avermi visto interdetta, allora ha aggiunto “noi qui non li vogliamo”. E ha ripetuto il gesto. Via. Il cibo è buono, la tavola è ricca, il Paese è bello, il cameriere è portoghese. Lo capisco dall’accento morbido. “Sono i nuovi poveri qui”, mi spiega il costruttore. “Tutti i camerieri sono portoghesi, gli italiani ormai sono elettricisti, muratori…”. Tutto fila secondo lui. Tutto sta nelle cose del suo di Paese. Io però insisto “che vuol dire via?” Mi risponde, gentile “lei ha mai visto due neri insieme qui? Quelli che lasciamo entrare, li distribuiamo. Gli altri, quelli che non vogliamo, li lasciamo fuori”. In effetti penso ai miei anni lì. Non ho mai visto due neri insieme. Passeggiare come me. Li “distri- buiscono” e quelli che non vogliono, non li lasciano entrare.
Calabria, Italia. La tavola è ricca. Il gesto disperato. Di quelli che abbiamo visto migliaia di volte, persino fatto migliaia di volte. Quando volevamo dire a qualcuno che ci sentivamo soli perché avevamo perso qualcuno. Con la mano destra l’uomo mi mostra una foto e mi dice “è Sabbir”. E con lo sguardo mi cerca. Ha due figlie vicine ma mi racconta di un bimbo lontano. Bengalese. Adottato a distanza. “Per anni ho ricevuto le sue lettere e i suoi disegni, Sabbir vuole diventare medico”, mi racconta. Poi un giorno un’altra foto. Mi mostra anche quella. È una bimba, piccola, con una testa grande. In piedi. Deve avermi visto interdetta. E Sabbir? Insisto. “Non ho più notizie, sono preoccupato e se gli è successo qualcosa?”. E di nuovo il gesto. Le sue mani e la foto. Il cibo è buono, la tavola è ricca, diversamente ricca da quella del costruttore svizzero. Come sono ricche le tavole al Sud quando l’ospite è atteso. “Ho chiesto e richiesto” mi dice. “Nessuno mi risponde”.
Penso a questi giorni. Alle notizie che sembrano sempre uguali e invece sono sempre peggio. Penso che non si dovrebbero scrivere gli editoriali di sera tardi, perché la giornata pesa. E penso al giovane marocchino di 27 anni morto nella valigia soffocato perché voleva entrare in questa Europa che non lo vuole e lo lascia fuori. E ripenso ai miei giorni lì, in Calabria. Alla Sicilia di fronte, allo Stretto, al giovane sindaco che mi parla, alla bimba Costanza che scrive i racconti e ai molti neri che vedo per la città. Passeggiano insieme. Oggi, in 396 ancora, sono sbarcati a Reggio Calabria. “Da un po’ di tempo sono tanti”, mi spiegano. Non riescono a distribuirli, e neanche a lasciarli fuori. Forse non vogliono farlo.
E io sono sollevata. Anche ora a ripensarci. Sono sollevata perché li vedo. Tanti e insieme. Sono sollevata perché in quest’Europa fatta di frontiere sbarrate, di Eurotunnel disumani, di treni sigillati, siamo giudicati “un colabrodo”, così ha detto il costruttore svizzero. “Noi gli spariamo”, ha aggiunto scherzando. “Dovreste sparargli anche voi, come fanno in Spagna o a Malta, così non arriverebbero più”. “Il giorno in cui lo faremo ‘anche noi’ andrò via dall’Italia”, gli ho risposto. Vivere in un Paese “colabrodo di umanità”, pieno zeppo di gente che accoglie nonostante tutto, nonostante la crisi, le leggi stupide, le parole ignobili, il pensiero inceppato, mi rende più facile, più sopportabile tutto il resto dello spettacolo quotidiano. La Troika ad Atene, i tagli alla Sanità, le odiose parole di Renzi in risposta a Saviano, la Sinistra che non c’è. E tutto è più sopportabile perché la verità è questa. Quella di una umana uguaglianza e accoglienza. Di un collettivo sano che pensa e reagisce. La cui libertà “comincia”, non finisce, dove inizia quella dell’altro, come ha scritto Alessandro Portelli su il manifesto qualche giorno fa. La prossima settimana usciremo con un numero pieno di racconti e poi per qualche giorno proviamo a riprendere un po’ di fiato e un po’ di forze. Consapevoli che tutto rimane lì, che noi riprendiamo fiato mentre, come scrive Fulvio Vassallo, quest’Europa qui il fiato continua a toglierlo. Fiato e forze. Per tornare a raccontarvi, ancora di più, di quel “colabrodo di umanità”. Il nostro preferito. L’unico vero.

  @ilariabonaccors

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