«Come giornalisti siamo in pericolo, non abbiamo protezioni minime ma, anche se in queste condizioni, aquí estamos, noi ci siamo, tenemos mucha fuerza, abbiamo molta forza, porque tenemos la verdad a nuestro lado, perché dalla nostra parte abbiamo la verità». Il fotogiornalista Rubén Espinosa Becerril il 12 giugno 2015 si rifugia da Veracruz a Città del Messico dopo essere stato minacciato da “persone non identificate”. Un mese e mezzo dopo, il 31 luglio, viene assassinato con l’attivista sociale Nadia Vera, anche lei fuggita da Veracruz, e tre donne che vivevano nello stesso appartamento nella colonia Narvarte. Rubén continuava a denunciare come la libertà di stampa in Messico viene violentata quotidianamente, in particolare nello stato di Veracruz.

«In questi ultimi cinque anni, durante il governo del priista Javier Duarte de Ochoa sono stati assassinati 15 giornalisti, tutti gli omicidi sono rimasti impuniti. Veracruz è la culla della violenza contro i giornalisti», denunciava. Fino al 31 luglio, quando un gruppo armato irrompe nell’appartamento in cui viveva a Città del Messico. Un giorno qualunque, in un quartiere alto borghese, delle persone entrano in una casa e, dopo aver violentato l’attivista Nadia Vera, la studentessa Yesenia Quiroz Alfaro e altre due donne che si trovavano con loro, Nicole Simon e Alejandra, uccidono tutti.
Dopo la strage, che ricorda le dittature argentine e cilene degli anni 70, la domanda centrale è perché li hanno uccisi. La giornalista indipendente Catalina Ruiz-Navarro, in uno degli editoriali più interessanti scritti in questo periodo, afferma: «Li hanno uccisi perché hanno potuto. Nella vita reale, non possiamo fare niente se non abbiamo l’opportunità di farlo, e questa opportunità in Messico è strutturale: l’ingiustizia è lo Stato. Una mancanza di protezione e impunità quasi assoluta: per questi li hanno uccisi».

 

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Per Rubén e Nadia non è bastato rifugiarsi a Città del Messico, considerata finora un porto sicuro in cui ripararsi dalle aggressioni contro la libertà di stampa. Il messaggio è chiaro: non si è sicuri da nessuna parte. Rubén Espinosa è l’ultimo degli oltre cento giornalisti assassinati in Messico dal 2000 ad oggi.
Attivisti dei movimenti sociali, giornalisti, familiari delle vittime di femminicidio o di desaparición forzada che lottano per non lasciare impuni i crimini in Messico sono costantemente in pericolo. Tra gli attivisti e giornalisti minacciati ci sono anche cittadini italiani ed europei, che si sono uniti e hanno deciso di scrivere un appello, #MéxicoNosUrge, all’Unione Europea affinché interrompa le relazioni politiche e commerciali con uno Stato che viola costantemente i diritti umani. Nell’appello si chiede che il Parlamento Europeo esprima la sua preoccupazione rispetto alla grave crisi dei diritti umani che vive il Messico e che l’Italia e l’Unione Europea sospendano tutte le relazioni (politiche e commerciali) con il Messico fino a quando non si farà luce sui gravi casi di omicidio, violenza e sparizione forzata di persone.
Left aderisce e rilancia l’appello, proponendo sul numero in edicola da sabato 29 agosto un approfondimento sui desaparecidos e un reportage sulle condizioni dei migranti in Messico.

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L’illustrazione di Mauro Biani per l’appello #MexicoNosUrge

 

Per leggere l’appello: www.facebook.com/mexiconosurge

Per firmare scrivere a: mexiconosurge2015@gmail.com

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