L’ufficio di statistica britannico ha diffuso ieri i numeri sull’immigrazione nel paese . Il dato è semplice e banale: nell’anno che va dal marzo 2014 al marzo 2015 il governo conservatore britannico aveva previsto una quota di ingressi di 100mila persone e, invece, ne sono entrate 300mila. Tre volte tante. Due terzi degli immigrati sono persone con un lavoro o in cerca di occupazione, un quinto sono studenti. La larga maggioranza viene dall’Europa, al primo posto rumeni e polacchi, poi con 64mila unità, gli italiani. Il dato fa riferimento alle persone che hanno completato l’iter di registrazione e l’ottenimento di un numero di National Insurance (l’equivalente, in termini di identificazione della persona, del nostro codice fiscale). Il dato insomma non riguarda gli ingressi ma le persone stabilizzate e non è quindi preciso se parliamo di flussi migratori.

Il ministro dell’immigrazione conservatore James Brokenshire ha spiegato che i numeri sono “deludenti” e ribadito che l’impegno del governo è ridurre i flussi in entrata. Eppure, dopo una legislatura di governo Cameron l’immigrazione tocca livelli record (pari all’anno di boom 2005) e l’emigrazione – le persone che tornano a casa – continua invece a scendere.

Dai dati diffusi dal bollettino di statistica britannico si evincono due cose. Innanzitutto nessun governo conservatore è in grado, come nessun altro governo, di fermare l’immigrazione. Nemmeno quella economica – che i numeri diffusi riguardano quella e non le richieste di asilo. Qualsiasi promessa facciano Cameron, Farage, Le Pen o Salvini, la questione migrazioni resta sul piatto, è un grande tema difficile da gestire, che pone interrogativi e sfide, ma non si cancella con uno slogan populista.

La seconda questione riguarda i 64mila italiani. Si tratta di un dato enorme che evidenzia una tendenza costante degli ultimi anni. Il rapporto “Italiani nel mondo” 2014 della fondazione Migrantes rileva che nel 2013 (ultimi dati disponibili) gli italiani trasferitisi all’estero erano 94.126 italiani – nel 2012 erano 78.941 – una variazione in un anno del +16,1%. La Gran Bretagna era il primo paese di destinazione e contava 13mila presenze. Sono passati due anni e, sebbene le statistiche non siano immediatamente confrontabili tra loro, possiamo senza meno dire che i flussi in uscita dal Paese sono ancora in aumento. Ovvero, l’Italia resta un Paese di emigrazione.

Che si tratti di giovani laureati e professionisti del nord ovest in cerca di un lavoro e di retribuzioni adeguate alla loro formazione – cosa che in Italia non trovano – o di persone che cercano un lavoro qualsiasi perché in Italia non ne hanno, o ancora di persone che sfruttano la lunga catena migratoria italiana, magari facendosi chiamare dai loro familiari, il dato è quello. Nel 2011 i residenti all’estero erano 4 milioni 100mila persone e a fine 2013 poco meno di 4 milioni e 500mila. Stando alle statistiche britanniche il numero cresce ancora.

Chissà se presto Nigel Farage comincerà a prendersela, oltre che con i famigerati idraulici polacchi, con i camerieri (o gli ingegneri) italiani. E che presto, sui manifesti sui muri britannici, qualche partito di destra non cominci a dipingere gli italiani come Salvini&Company oggi dipingono i rifugiati e gli immigrati. Più di qualche decennio fa, quando gli italiani emigravano a milioni, li dipingevano come nelle vignette qui sotto.

 

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