Giovedì 27 agosto scorso la Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo ha rigettato il ricorso di Adele P. che voleva donare i suoi cinque embrioni crioconservati alla ricerca.

Adele P. era la compagna del regista Stefano R., ucciso nella strage alla base italiana di Nassiriya il 12 novembre del 2003. L’anno prima, nel 2002, Adele e Stefano desideravano un figlio. Avevano fatto dei tentativi di Procreazione medicalmente assistita (Pma) perché non arrivava ed erano riusciti a congelare cinque embrioni. Pochi mesi dopo Stefano era morto.

Nel 2005 Adele P. decide di donare quegli embrioni, i suoi, alla ricerca ma scopre che la legge 40 le vieta di farlo. Così inizia la sua battaglia. Non vuole che tutto vada perso. Vuole donare quegli embrioni alla vita di qualcun altro. Alla libera ricerca che trova le cure per le vite degli altri. Ma non le è stato possibile. Non fino ad oggi.

Volevamo fare una copertina sul made in Italy “all’italiana” e parlarvi del modello Farinetti, ma questa sentenza ci ha travolto. Perché indirettamente corre in aiuto di un altro made in Italy “all’italiana”, quello che vieta di donare embrioni alla ricerca ma che non vieta di importare dall’estero cellule staminali embrionali per fare ricerca. Di “ipocrisia totale” parla Adele P. e non ha torto. Di “ipocrisia italiana” parla Filomena Gallo, segretaria nazionale dell’Associazione Luca Coscioni, e non ha torto. Perché i giudici di Strasburgo hanno stabilito che l’articolo 13 della legge 40, che vieta la sperimentazione sugli embrioni, non viola il diritto al rispetto della vita privata per cui Adele P. si batte da anni, riconoscendo e rimandando una qualsiasi soluzione all’Italia. La stessa Italia del ministro Lorenzin (Ncd) e del primo ministro Renzi che si è guardato bene dal tirare giù l’ultimo dei divieti di una delle leggi più disumane che si siano mai prodotte in questo Paese a cui, chi ci conosce, sa quanto piombo abbiamo dedicato. Perché decidere di tirare giù quell’ultimo divieto senza senso vorrebbe dire sancire finalmente e definitivamente che l’embrione non è persona umana, né soggetto giuridico da tutelare, ma un pugno di cellule. Sancirebbe finalmente e definitivamente che donare alla ricerca blastocisti (neanche embrioni) crioconservati non idonei per gravidanze non è distruggere vita umana, che è tutt’altra cosa. Ma bensì permettere alla ricerca l’utilizzo di staminali embrionali per trovare cure a patologie che semmai quella vita umana, fatta di pensiero e affetti, la aggrediscono. E di farlo senza paura.

«Sono addolorata – dichiara Adele P. – perché in Italia non se ne esce da questo impasse di ipocrisia totale. Gli embrioni non si possono donare alla scienza, ma per fare ricerca li importiamo dall’estero». E li importiamo “ipocritamente” dall’estero perché la legge 40 «si interessa anche di ricerca e lo fa in modo fortemente punitivo verso chi opera nella ricerca sulle embrionali umane, addirittura proponendo non solo sanzioni amministrative, ma penali: se un ricercatore deriva embrionali staminali dalle blastocisti soprannumerarie congelate nei vari freezer d’Italia, va in galera». Così è ancora. E così vi racconta in uno dei più bei articoli che io abbia mai letto la ricercatrice, senatrice a vita, Elena Cattaneo. Che su queste pagine scrive così: «Da questa piccola storia di questo pugno di cellule così interessanti ho imparato due cose. La prima è che la libertà è un bene che si consuma di giorno in giorno. Quindi, ecco che quando scatta la mezzanotte dobbiamo ricominciare a presidiare questa libertà, questo territorio, affinché sia libero per tutti. La seconda è che la libertà include il dovere di contrastare chi lavora per smantellare la realtà».

@ilariabonaccors

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