«Una campagna per la legalizzazione della cannabis. E il governo convochi al più presto una conferenza nazionale sulle droghe, visto che da tempi immemori non lo si fa più», dice Patrizio Gonnella presidente di Antigone. Il proibizionismo oltre ad aggravare il problema – come si è visto con l’affollamento delle carceri – significa anche spese esorbitanti. Gonnella prende come esempio la Relazione al Parlamento sulle droghe che quest’anno contiene per la prima volta dettagli sui costi della detenzione per reati legati allo spaccio di droghe. Oltre un miliardo di euro all’anno è stato speso per tenere in prigione o consumatori o piccoli spacciatori. Dieci miliardi negli ultimi dieci anni. I numeri, come segnala Antigone, parlano chiaro: nel 2014 su 29.474 segnalazioni all’autorità giudiziaria, 26.692 sono state per violazione dell’art. 73 DPR 309/90 (che colpisce consumatori e piccoli spacciatori), solo 2.776 quelle per violazione dell’art 74 (che colpisce l’associazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti).

Perché è importante questa Relazione del 2015?

È importante perché fa iniziare a ragionare anche sui costi del sistema che in termini di prevenzione non funziona. Ed  è rilevante che per la prima volta i costi siano evidenziati così nei dettagli. Ritengo che questa operazione sia anche in controtendenza rispetto al passato e può servire a considerare politiche vessatorie – inefficienti dal punto di vista della risposta criminale – anche inefficienti dal punto di vista economico. Ecco, il fatto che dal Dipartimento antidroga sia arrivata questa indicazione speriamo che sia un inizio per riconsiderare politiche che hanno segnato dieci anni di penalizzazione. Anni in cui tutti gli altri Paesi la stavano mettendo in discussione.

Quindi occorre prendere la palla al balzo per che cosa? Qual è l’obiettivo immediato?

Ora speriamo che l’Italia, anche partendo dalla riflessione dei costi presente nella relazione, porti ad archiviare la posizione Ue in seno alla Conferenza delle Nazioni Unite che si terrà nel 2016 che dovrà rivedere le convenzioni con gli Stati. In questa operazione aiuta probabilmente anche il fatto che il primo firmatario di una proposta di legge sulla legalizzazione della cannabis firmato da 200 parlamentari, sia un esponente del governo, Benedetto Della Vedova. Il quale tra l’altro, non è mai stato smentito ufficialmente nel suo lavoro di lobby parlamentare.

La battaglia quindi è sulla legalizzazione della cannabis?

I punti fondamentali sono questi. Il primo: rivedere tutto l’impianto della Fini Giovanardi che si era innestata sulla precedente Iervolino Vassallo, dalle sanzioni amministrative al massimo delle pene per tutta la tipologia di reati che rientrano nell’ art. 73. Secondo: ragionare finalmente su come togliere quote di mercato al narcotraffico partendo dalla cannabis, considerando anche un fatto importante a livello internazionale.

Quale?

Quattro Stati americani hanno cominciato a muoversi nella direzione della legalizzazione senza che Obama li abbia strapazzati. Un fatto importante, perché Obama li poteva “sbugiardare” anche solo dicendo “non sono d’accordo”, e invece non è accaduto. Questo è un trend che noi dobbiamo cogliere e assecondare.

In Italia cosa si può fare?

La relazione deve essere letta nella speranza che per esempio porti a indire, prima della Conferenza delle Nazioni unite di New York, la Conferenza italiana sulle droghe che non si tiene da tempo immemore anche grazie alla politica di Giovanardi. Insomma, bisogna liberarsi del peso “simbolico” di Giovanardi. Certo, lui è una componente del governo essendo del Ncd, ma se non ci liberiamo di quel retaggio culturale, su queste e altre cose, non si va da nessuna parte. Bisogna fare una rottura culturale netta da quel tipo di passato.

Comunque dopo la sentenza della Corte Costituzionale sulla Fini-Giovanardi c’è stato un calo di detenuti per droga nelle carceri.

Ovviamente era inevitabile, anche se è avvenuto lentamente perché non tutta la magistratura si è mossa subito, c’è stata la riconsiderazione delle pene, certo, che è un fatto positivo. Ma non si è ancora aperta una discussione vera nonostante la proposta di legge di 200 parlamentari sulla cannabis e nonostante la sentenza della Corte Costituzionale. Non ci sono ancora sul tavolo delle proposte vere – e sappiamo che le riforme o partono dal governo oppure non partono perché il parlamento da solo non fa iniziative legislative. Da questo punto di vista c’è ancora il silenzio.

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