Il suo nome significa “mare nostro” – i genitori divisi dal mar Adriatico lo chiamarono così – e Detjon Begai, attivista del centro sociale Labàs di Bologna ne va particolarmente fiero. Lo ha anche detto all’assemblea di Coalizione sociale domenica 13 settembre focalizzando l’attenzione – più di altri – su un tema su cui la sinistra, ha sottolineato, «non ha una narrazione forte»: i migranti e la situazione storica che l’Europa sta vivendo. Tra l’altro, quando ha parlato era appena tornato da un viaggio, insieme a due compagni dei centri sociali, nell’Ungheria dei fili spinati e delle migliaia di siriani in fuga. Dove già si preannunciava la violenza di queste ultime ore. A Detjon, studente di Giurisprudenza a Bologna nato 24 anni fa in Albania e arrivato a 10 mesi in Italia chiediamo di raccontare a Left le sue impressioni sul viaggio in Ungheria ma soprattutto una riflessione su come la sinistra si pone rispetto al problema dei flussi migratori così impetuosi e carichi di responsabilità da parte di tutta l’Europa.

Cominciamo dal viaggio in Ungheria. Com’è che siete partiti?

La situazione stava evolvendo, erano i giorni in cui la marea di migranti era ferma alla stazione a Budapest. Siamo partiti in tre, non avevamo le idee chiare ma siamo rimasti colpiti da quella straordinaria rete – Refugee convoy – organizzata attraverso i social da centinaia di cittadini austriaci. Un atto di disubbidienza civile, con tutte quelle auto che andavano a prendere i profughi in Ungheria per portarli in Austria. Una volta arrivati a Budapest, siamo andati alla stazione centrale, dove allora la situazione si era un po’ normalizzata, con i convogli che partivano e venivano accolti tra gli applausi in Germania.

Poi siete andati anche al confine con la Serbia, al famigerato campo di Roszke.

Lì abbiamo assistito all’inganno in cui sono stati fatti cadere i profughi. Dalla Serbia li avevano trasportati in autobus facendogli credere che li avrebbero portati a Budapest, invece li hanno scaricati nel campo a un chilometro dal confine. Nei giorni successivi abbiamo assistito agli scontri, violenti, che però non sono stati documentati. I profughi erano ammassati a migliaia in un campo dove erano separati per settori. Li controllavano continuamente, dandogli solo un pezzo di pane e una bottiglietta d’acqua la mattina mentre la notte era un Far West, perché cercavano di scappare in tutti i modi possibili. Lo stesso luogo in cui la reporter ungherese ha preso a calci coloro che cercavano di forzare il blocco.

(Le foto scattate da Detjon Begai a Roszke)

E adesso costa accadendo in Europa a livello di movimenti sul tema dei migranti?

È aumentato il livello di discussione e anche di azione. Noi facciamo parte della rete di Blockupy – la stessa che protestò a Francoforte -, questo week-end si riunisce per preparare la manifestazione del 15-17 ottobre, in cui ci sarà una giornata dedicata al tema dei confini. Le cose sono in continuo movimento: oggi mi è arrivata una mail dalla Slovenia dove vogliono formare una carovana che vada verso la Croazia (dove si stanno concentrando i profughi che non possono passare dall’Ungheria Ndr).

Veniamo alla sinistra, tu hai parlato chiaro all’assemblea della Coalizione sociale. Hai detto di un’assenza di riflessione sul problema dei migranti.

Quello di sinistra è stato un europeismo non abbastanza antirazzista. La sinistra si è costruita una narrazione debole, è stata “mangiata” proprio sul tema dei confini e di una nuova idea di cittadinanza. Come si fa a ripensare l’Europa se non si affronta il tema dei diritti dei cittadini in questa fase storica? A me ha stupito molto questa carovana di auto partita dall’Austria, mi è sembrato un gesto di consapevolezza politica straordinaria, oltre che un atto concreto che li ha strappati, per esempio, dalle mani dei trafficanti.

Forse è arrivato il momento in cui a sinistra ci si ponga il problema dei migranti dal punto di vista più “alto” nell’ambito di una lotta per l’uguaglianza di tutti gli esseri umani?

Il dibattito italiano è molto schiacciato sul tema dell’accoglienza. Ma stiamo sottovalutando il tema della libertà di scelta: i migranti devono avere il diritto di arrivare a destinazione, questo è il punto. Non c’è dubbio che bisogna fare di più, e anche interpretare la migrazione con nuove categorie e non con più con quelle del passato. Ho provato a dirlo alla Coalizione sociale: cos’è un atto solidale e cos’è un atto politico? E questo lo dico anche come autocritica perché appartengo al mondo dei movimenti e di centri sociali. Abbiamo sempre visto questo tema dei migranti da un punto di vista caritatevole – le scuole di italiano, i servizi -, in realtà in questo momento di fronte a una trasformazione epocale del genere, qualunque atto tu fai di sostegno ai migranti è di sicuro un atto politico e questo va rivendicato. Non si deve sfilare per i migranti ma a fianco dei migranti. La loro pressione ora sta trasformando l’Europa, perché sia accogliente, rompa le disuguaglianze. Come si fa a slegare il sistema dell’austerity e il nazionalismo con il discorso dei confini?

All’interno della Coalizione sociale il tema non è ancora un po’ debole?

Nei partiti e nei movimenti sta cambiando tutto a sinistra, con percorsi comuni anche se un po’ caotici, anche difficili da leggere, ma un po’ di fermento c’è. Dentro la coalizione sociale, negli ultimi giorni c’è stato un buon dibattito, penso che si sono evidenziate azioni di solidarietà importanti e esplicitamente politiche. Mi riferisco anche all’Arci con cui, per esempio, noi che veniamo dai centri sociali, in passato non c’è mai stata una sinergia. Adesso invece, si possono trovare modi di lavorare comuni; in questo senso l’intervento di Filippo Miraglia (vicepresidente e responsabile immigrazione Arci Ndr) è stato positivamente radicale. Insomma, bisogna stare con i migranti che sono il diritto vivente di questa Europa, rispetto al diritto morto dei trattati che fanno morire le persone in mare.

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