«120 mila rifugiati? Siamo ridicoli data la grandezza del problema». Alla fine il piano di Jean Claude Juncker – che ha pronunciato queste stanche parole, ieri all’ennesimo vertice straordinario – è passato a colpi di maggioranza. Da ottobre tutti i Paesi membri dell’Unione si divideranno 120mila profughi, così ha deciso il Consiglio europeo. Tutti, anche chi ha votato contro o chi si è astenuto. Il fronte del No – che coincide con quello dell’Est – perde due pezzi ma non si dissolve: la Finlandia alla fine ha deciso di astenersi, mentre la Polonia (dapprima contraria) ha votato a favore. Fermi oppositori restano in quattro: Repubblica Ceca, Ungheria, Slovacchia e Romania.

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Da dove saranno prelevati

I 120.000 in questo momento si trovano in Italia (15.600), Grecia (50.400) e Ungheria (54.000). In attesa della riunione del primo ottobre, che dovrebbe essere – finalmente – una riunione operativa, si possono contare 66mila richiedenti asilo attualmente tra Italia e Grecia, principali luoghi di arrivi via mare. Altri 54mila, poi, si trovano in Ungheria, meta principale della rotta balcanica. Ma Budapest continua a dire no, e pur di opporsi alle quote, si terrà in casa. Nei prossimi Consigli straordinari si deciderà se “prelevare” i 54mila sempre da Italia e Grecia oppure da altri Paesi in difficoltà, come Slovenia, Croazia e Austria.

 

Chi entrerà nelle quote

I migranti che avranno il “diritto di essere distribuiti” saranno persone che hanno diritto alla protezione internazionale, quindi rifugiati o comunque richiedenti asilo. Val la pena ribadire, perciò, che non riguarderà tutti gli sbarchi e gli ingressi, ma solo chi – secondo gli istruttori o le commissioni di valutazione – ne avrà i requisiti necessari. Riguarderà solo chi è sbarcato nei due Paesi fra il 15 agosto e il 16 settembre. In pratica, secondo l’accordo, dopo l’identificazione iniziale dei richiedenti asilo in Grecia e Italia, all’interno dei centri dedicati (gli hotspot). Proprio quei centri che il Viminale tardava ad aprire in attesa che le quote divenissero concrete. Adesso è così? Intanto a Lampedusa è partito il primo hot spot sperimentale, lo ha ammesso il vice capo dipartimento per le Libertà civili e l’Immigrazione del ministero dell’Interno, Angelo Malandrino.

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Le sanzioni

Per chi rifiuta senza comprovate ragioni, invece, si prevede una sanzione di 6.500 euro per ogni richiedente asilo rifiutato. La proposta originaria di Bruxelles prevedeva che una nazione potesse esimersi in cambio di una multa pari allo 0,002 del Pil, ma l’idea non piaceva nemmeno a Germania e a Italia e Francia. Nessuna sanzione per gli Stati che dichiareranno (e dimostreranno) di poter accogliere un numero inferiore a quello fissato dall’Ue. L’eventuale riduzione, però, potrà essere al massimo del 30% e potrà durare massimo un anno. Adesso tocca aspettare il primo ottobre – quando a Bruxelles si terrà la riunione dei funzionari di collegamento di ogni Stato membro e dei rappresentanti della Commissione e dell’Ufficio Ue per l’asilo (Easo) – per dare attuazione concreta alla relocation dei primi 40mila rifugiati nei diversi Paesi.

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