«Ero abituata io stessa a fare da mangiare e a dare da bere ai soldati che venivano per sedersi all’ombra del nostro ulivo quando il sole picchiava troppo forte su di loro. Mia madre mi disse: l’albero è una tua responsabilità. Ti ho dato da mangiare e ti ho cresciuto sotto questo albero. Anche in tempi di guerra abbiamo vissuto grazie al suo olio quando nessuno poteva trovare cibo. Ora non c’è nulla che io possa fare, se non abbracciarlo e baciarlo per l’ultima volta mentre sussurro: perdonami, mamma, non so più cosa fare per salvarlo». Con questa testimonianza, si apre l’ultimo rapporto di Human Rights Watch: “Look for Another Homeland: Forced Evictions in Egypt’s Rafah”, sugli sgomberi massivi condotti dall’esercito egiziano, guidato dal presidente al-Sisi, a Rafah, nel nord della penisola del Sinai, al confine con la Striscia di Gaza. Il rapporto evidenzia come tra il mese di luglio 2013 e quello di agosto 2015, le autorità egiziane siano riuscite a demolire almeno 3.255 edifici e centinaia di acri di terra coltivata, sfrattando con la forza migliaia di persone.

Quanto sono aumentati gli sgomberi dal luglio 2013 all’agosto 2015

Secondo il rapporto, gli sgomberi forzati portati avanti dal regime hanno un preciso obiettivo: distruggere i tunnel del contrabbando che connettono Gaza al Nord della Penisola del Sinai e creare una zona cuscinetto lungo il confine con la Striscia, dove risiede il governo di Hamas. Dal 2007 Gaza è sotto il blocco israeliano di viveri, rifornimenti e persone. I tunnel sono l’unica risorsa alimentare che i palestinesi della Striscia hanno per potersi rifornire. Nello stesso tempo sono utilizzati da Hamas per far entrare o nascondere armi e combattenti del jihad.


Dal 2007 Gaza è sotto il blocco israeliano di viveri, rifornimenti e persone. I tunnel sono l’unica risorsa alimentare che i palestinesi della Striscia hanno per potersi rifornire. 

L’Egitto ha collaborato al blocco limitando fortemente il flusso di persone e merci tra Gaza e il Sinai. Secondo il report, però, le autorità del Cairo avrebbero violato lo stato di diritto demolendo case nel raggio di settantanove chilometri quadrati e sfrattando forzosamente coloro che vi abitavano senza fornire una giustificazione per la misura intrapresa e senza concedere altre abitazioni temporanee né risarcimenti per le proprietà distrutte e i terreni coltivati.

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Nella foto case di civili demolite a Rafah

Dal luglio 2013, infatti, quando i militari rovesciarono Mohamed Morsi, il primo presidente liberamente eletto del paese, le autorità egiziane hanno chiuso la zona nord del Sinai, vietando l’accesso a quasi tutti i giornalisti e osservatori internazionali per i diritti umani. Sulle operazioni condotte dal governo in questa zona, il regime rilascia poche informazioni e minaccia i giornalisti che cercano di occuparsi del problema. Nel mese di agosto, il presidente Abdel Fattah al-Sisi ha emanato una legge che prevede una multa fino a 500.000 sterline egiziane e il divieto di lavoro per un anno per tutti coloro che riportano informazioni sul terrorismo nel paese.


 Secondo il report, però, le autorità del Cairo avrebbero violato lo stato di diritto demolendo case nel raggio di settantanove chilometri quadrati e sfrattando forzosamente coloro che vi abitavano senza fornire una giustificazione per la misura intrapresa

Sarah Leah Whitson, Direttrice dell’organizzazione per il Medio Oriente e Nord Africa, ha detto che: «la distruzione di case, interi quartieri e mezzi di sussistenza è un esempio da manuale di come perdere una campagna di contro-insurrezione. L’Egitto deve spiegare il motivo per cui non ha utilizzato tecnologie avanzate già in suo possesso per rilevare e distruggere i tunnel, invece di cancellare interi quartieri dalla carta geografica».

Gli Stati Uniti addestrarono, infatti, già nel 2008 militari egiziani all’utilizzo di un sofisticato sistema di rilevamento dei tunnel, che li potesse trovare e distruggere senza spazzare via l’intera zona. Il rapporto richiede, quindi, che la lotta contro gli insorti nel Sinai venga condotta in maniera che i civili non vengano colpiti arbitrariamente e che non sia violato il loro diritto all’abitazione o che rimangano indifesi in seguito agli sfratti. Secondo il governo egiziano non ci sono problemi, l’operazione rispetta le leggi e gli standard internazionali e gli abitanti di Rafah, la città che sorge al confine con la Striscia di Gaza, sono d’accordo nel trasferirsi altrove per contribuire alla sicurezza nazionale. Intanto, nessuna fonte ufficiale governativa o militare ha rilasciato dichiarazioni sul rapporto di Human Rights Watch.

 @schultzina1

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