Dall'1 al 4 ottobre, a Faenza, si terrà come di consueto l'appuntamento con la musica indipendente italiana. Left e la rivista musicale ExitWell, aspettano il #nuovoMei2015 con una serie di interviste ai protagonisti di questa edizione. Ecco la prima chiacchierata, con Alessandro Fiori

Alessandro Fiori è uno degli artisti ormai “storici” del panorama indipendente italiano musicale: polistrumentista, fondatore dei Mariposa alla fine del Millennio e solista dall’inizio di questo decennio – Premio Pimi (al miglior artista indipendente) 2013 come “miglior solista” -, in duo con Marco Parente nei BettiBarsantini (la cui opera prima, eponima, è uscita nel gennaio dell’anno scorso). Ha fondato di recente la Ibexhouse, una nuova e interessante etichetta discografica indipendente.

Torni a suonare dal vivo come solista dopo i concerti con i BettiBarsantini. E con una nuova formazione per i concerti di questo autunno: con chi ti vedremo al Mei di Faenza?

Al Mei era previsto che venissi in quartetto, ma per più motivi ho dovuto rimescolare le carte e allo stato attuale – ma chissà, può sempre succedere qualcosa frattanto – sarà una formazione in duo, io e Lorenzo Corti, chitarrista di tantissimi progetti, tra cui ad esempio quello con Cristina Donà. Siamo già molto rodati insieme, ma è pur sempre un prototipo del progetto.

Cosa dobbiamo aspettarci, ci regalerai qualche sorpresa? 

Mi piacerebbe vivere questo concerto in maniera istintiva, come fosse un piccolo rito. Al momento di dischi nuovi in uscita non ne ho, ma chi mi ha visto dal vivo sa che a ogni concerto si creano sempre mondi diversi, in relazione al mood del momento, e anche in base al pubblico che mi ascolta. Ho una gran voglia di suonare dal vivo, visto che son fermo da un po’. Di stare con e tra le persone e di mettere su un vero spettacolo.

Negli ultimi due anni hai avuto comunque un gran daffare. Lavori in veste di produttore artistico e progetti il nuovo disco dei BettiBarsantini. Come procedono le cose?

Sì, il nuovo disco dei BettiBarsantini è in cantiere e ci stiamo lavorando attivamente. È un momento di passaggio per me, d’altronde: come produttore artistico ho tante cose in ballo, con l’etichetta IbexHouse stiamo preparando tanti progetti, come il nuovo disco di Mangiacassette, il primo LP degli Stres, una nuova band sulla quale sto puntando molto; a ottobre avremo la prima tourneé.

Insomma, ormai sei tanto un musicista quanto il responsabile di un’etichetta discografica. Come ti trovi a scovare, promuovere e sviluppare i progetti di artisti emergenti?

È molto emozionante e gratificante, è una veste che mi impegna completamente. Dapprima credevo fosse solo un’appendice rispetto al lato creativo e artistico, invece sta diventando un gioioso lavoro. Esattamente un anno fa abbiamo messo su questo marchio, IbexHouse, per andare incontro ad alcune mie necessità di autogestione. Poi, da semplice marchio per autogestirmi è diventata una vera e propria etichetta: è uscito il primo disco di Solki, una band molto interessante, abbiamo prodotto il primo LP per l’Italia di un trio di Denver, Homebody, progetti nati spontaneamente, facendo confluire in un unico luogo personalità piacevoli, competenti e stimolanti. Ricordo che 15 anni fa, quando venimmo al Mei con i Mariposa muovevamo i primi passi con l’etichetta Trovarobato che era appena nata. Adesso mi ritrovo a essere il responsabile di un’etichetta che riesce a smuovere un bel po’ di cose nel mondo della musica e dell’arte. Il che è molto entusiasmante.

Dai tempi dei Mariposa a oggi, com’è cambiato il concetto di “indipendente” secondo te?

Prima c’era una dicotomia più sensibile tra major e indipendenti. C’era chi firmava contratti, che magari ti permettevano anche di “sfondare”, ma talvolta si potevano rivelare problematici. Adesso questa cosa si è come spalmata, le stesse major hanno iniziato ad affacciarsi al mondo sia stilistico che gestionale dell’underground. E, d’altronde, anche alcune etichette indipendenti hanno iniziato a utilizzare le stesse dinamiche – a volte gli stessi contratti – delle major, con la differenza che non c’erano nemmeno quei due spiccioli che potevi trovare dall’altra parte. Resistono le speranze sognanti degli artisti, resistono le furberie nel mondo dei lavoratori della canzone, ma non si capisce più se ci si trova da una parte o dall’altra, si sono rimischiate le acque.

Si è creato un nuovo spazio, tra il grande studio e la cameretta: il piccolo studio a dimensione d’artista. È la dimensione che avete scelto all’Ibexhouse, perché?

Credo ci sia nell’aria la presa di coscienza che ci siamo fatti un po’ abbindolare da ciò che succedeva nel mondo anglosassone e dalle esperienze italiane più importanti. Ci siamo resi conto che i veri valori non stanno nel provare a fare il salto ma nel provare a relazionarsi in maniera reale tra di noi, per conoscerci davvero. Io sto vivendo bene l’esperienza di Ibexhouse, c’è un luogo e ci si incontra, si parla di musica, ci si consiglia dei dischi, si registrano cose e si distribuiscono magari in rete. Siamo in una fase in cui dobbiamo relazionarci con qualcosa che è finito, o che sta finendo, e questa mancanza di eccitazione ci rende più umani. Le relazioni sono sane, a vantaggio del prodotto artistico.

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