L’intervista con Neffa è pubblicata sul numero 38 di Left in edicola

«Tanto nel mio stereo c’è un blues che mi salverà», canta Giovanni Pellino, in arte Neffa in “Sigarette”, fortunatissimo singolo estivo che ha anticipato la recente pubblicazione di Resistenza. Un album nuovo, con tredici brani inediti, stavolta in versione blues, svelato anche dalla radiofonica “Colpisci”, che vede Valentina Lodovini protagonista del videoclip. Salernitano di nascita e milanese d’adozione, Neffa, sin dagli anni Novanta, solo o in compagnia (con i Negazione e i Sangue misto), con alcuni colleghi (Sud Sound System e J-Ax), da produttore o anche da autore (per Emma e Chiara), si è sempre espresso con diverse personalità sonore. Adesso lancia un grido alla collettività, per resistere. E lo fa al tempo di blues.

Di che resistenza parli?
Di resistenza umana, soprattutto. Quella di un uomo, di un cantante, che attraversa il tempo e le mode, rimanendo con la propria velocità. E resistenza dell’umanità al tipo di vita che la comunicazione moderna ha instradato, molto competitiva, troppo tecnologica.

A cosa dobbiamo resistere oggi?
Appunto, all’avanzamento della tecnologia. Ci sono cose che hanno ancora bisogno del discernimento umano; dobbiamo resistere al desiderio di essere più tecnologici per non essere vuoti.

Cosa manca nella nostra collettività?
La capacità di capire che certe cose, come il pensiero, non possono stare dentro i sistemi tecnologici, dentro i social. Penso all’informazione, ai libri, agli e-book, alla fine mi sembra che tutto questo abbia portato la gente a leggere meno e a essere non informata. La metà dei miei testi (che, tra l’altro, sono nella copertina del cd) sono su internet, ma sono sbagliati. Questa perdita di cognitivismo non fa bene, ricordo di un tour che feci ad Amsterdam con i Negazione, arrivammo lì senza un navigatore, non c’eravamo ma stati, ma è stato bello fermarsi, chiedere alla gente, incontrare persone nuove. Non dico che era meglio prima, ma se tutto ti viene messo davanti risolto non hai più la capacità di risolvere.
La tua voce spesso è un mezzo di denuncia: ti piace esporti, dire la tua?
Vengo da ambienti molto politicizzati e trovo importante fare musica con un certo “atteggiamento politico”, che è quello di dialogare, riuscire a toccare la vita delle persone. Certo non mi fido della musica con gli slogan dentro, ma di quella che, quando la sento, mi fa sentire una porzione di cuore. Viviamo in un mondo nuovo, più libero, ma questa libertà non la sappiamo sfruttare. Si guarda alla forma, non ai contenuti. Prendi le campagne elettorali americane… contano più gli scheletri nell’armadio che le politiche di riforma, basta guardare Trump.

 

Come pensi a ciò che vuoi raccontare nelle tue canzoni?
Qualcosa arriva improvvisamente, io la chiamo “essere aperto”: mi pervadono suoni che aprono scenari nuovi. Questa musica mi dà un tono dentro e arriva ciò di cui voglio parlare. Poi, arrivano le parole. A me piace scrivere canzoni che abbiano un significato profondo che, magari, neanche io colgo subito.
Hai esordito nell’hip hop passando poi alla veste del guaglione rap in “Aspettando il sole”. Poi la musica leggera e il soul. E oggi a una nuova personalità sonora.

Significa questo “essere aperto”?
Sì. Quando da bambino pensavo che fosse bello conoscere i trucchi dei maghi, oggi penso che i trucchi dei maghi sono belli perché non li conosci. Allo stesso modo, non voglio svelare a me stesso il trucco della musica, non sono un trasmettitore di musica ma un’antenna, un ricettore. Mi è sempre piaciuta quella sorta di “negritudine”: Mina, Vanoni, Bennato, Daniele. Allora non capivo ancora che era la presenza del blues e del soul a piacermi, poi ho visto il film The Blues Brothers e ho capito un po’ di più.

Come si trascrive, poi, una scoperta su uno spartito?
Innanzitutto scegliendo bene i musicisti. Nella sua autobiografia, Miles Davis ha scritto che, a seconda del suono che intendeva fare, chiamava il musicista giusto. Quando ho fatto Sigarette, sapevo che il mio chitarrista doveva essere Paolo “Puddu” Albano, perché la sua chitarra aveva il suono che cercavo. Resistenza è un album molto blues, ma ha anche una matrice popolare, come in “Lampadine”, in “Ma Jolie” o in “Occhi chiusi”, che hanno melodie italiane senza tempo. Insomma questo disco l’ho fatto quasi senza accorgermene, me ne sto rendendo conto adesso.
Cos’è stata e cos’è la musica per te? Nell’adolescenza ha riempito tanti silenzi, il vuoto lasciato da alcune domande senza risposta, poi mi ha dato gli amici, un posto nel mondo, un lavoro, una passione, una carriera, un senso insomma. Ho un patto segreto con la musica, per quei silenzi che ha riempito, per cui ogni volta che qualcuno provava a “guastare” io cercavo di preservare la musica. Se togli la musica, è un mondo triste.

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