Niente. Ignazio Marino il suo autogol (eh, uno dei tanti in questa storia) l’ha firmato quando ha consegnato pubblicamente i faldoni con le sue spese all’opinione pubblica. «Ma cosa fa, è pazzo? È l’inizio della fine», pensai osservandolo depositare il malloppo.

Non perché vi fossero particolari pregiudizi nei suoi confronti, né tantomeno perché non sia giusto rendere pubblico l’impiego di risorse pubbliche.
Il deterrente del controllo del cittadino sulla singola spesa, funziona fin troppo bene, e infatti non viene applicato – se non per vaghi e generici capitoli di spesa privi di annesso scontrino che dimostri la veridicità di quanto dichiarato. Vedersi piazzato uno scontrino del sexyshop nel bilancio, fidatevi che è difficile da far passare nelle “spese di cancelleria”. O un trattore (autore ancora ignoto, Emilia-Romagna), una motosega (“Batman” Fiorito, Lazio), centinaia di animali in ceramica (Liguria), ritiri spirituali (Marche), terme (Lombardia), tintura per capelli (Campania). Niente ammette e concede tutto ciò.

Il problema è un altro e riguarda la pantomima in scena in questi giorni e puntualmente,  nel momento in cui si traduce il proprio operato amministrativo e politico in scontrini fiscali e lo si offre al pubblico che da quei numeri leggerà esclusivamente la parola “spesa”, si dà il via alla psicosi dello scontrino. Una spirale dalla quale mai si esce politicamente vivi. Qualcosa che non va, viene trovato sempre. Perché, ci crediate o meno, la correttezza di un amministratore non è appaltata esclusivamente a un regolamento che divide il lecito e l’illecito – per altro troppo vaghi nella maggior parte dei casi – ma a quanto l’opinione pubblica sia disposta o meno a tollerare. Anche se l’azione è lecita, a norma di legge, potrebbe comunque essere immorale. O addirittura il contrario: un risparmio potrebbe essere non previsto dal regolamento e dunque illegittimo – come accadde ai due consiglieri regionali 5 stelle in Emilia-Romagna che acquistarono un divanetto a basso prezzo da Ikea anziché dal costoso service con cui la Regione aveva stipulato una non vantaggiosa convenzione.

Certo, fare politica non è e non deve essere a costo zero. Che grillini e puristi del risparmio si diano pace: per amministrare i soldi servono. Per fare politica, i soldi vanno utilizzati. E non perché si voglia campare da nababbi, o perché si appartenga necessariamente alla casta, ma perché capacità governative richiedono competenze che a loro volta richiedono pagamenti. Stesso dicasi per trasporti e colloqui. E questo si dimentica troppo spesso.

In realtà, a prima vista sembrerebbe semplice, tutto sommato: a cena con la moglie con i soldi pubblici, no. Usare carte di credito e rimborsi pubblici per coprire spese e acquisti personali, nemmeno. Eppure, tranne i casi più eclatanti – e sicuramente escludendo la menzogna – chi sa dire se è lecito o meno offrire il pranzo alla mensa ai collaboratori? Guai sia, detto così: fulmini e saette! “Sicuramente saranno amici e parenti e soprattutto se lo pagassero col proprio stipendio, che tanto pago io anche quello”, si dirà. Poi, magari, invece, si scopre che, a differenza dei dipendenti pubblici, i collaboratori co.co.co. non solo non hanno rimborsi né buoni-pasto, ma vengono spesso pagati poco e quindi il gesto da parte del datore di lavoro potrebbe risultare poi non così sconveniente e soprattutto più lecito di un pranzo in un ristorante del Gambero rosso col tale dirigente sanitario – del tutto ammesso e quindi lecito, dal regolamento. O magari rispetto a un volo di Stato per andare a Modena a incontrare John Elkann e il suo banchiere di fiducia, Byron Trott, come ha fatto l’altro ieri il Presidente del Consiglio Matteo Renzi.

Liceità e moralità sono a cavallo di un su e giù che poggia sullo stomaco dei cittadini, stanchi e spesso – anche quando nel giusto – troppo poco informati sulla reale condotta delle persone, e può perdersi dei vari anfratti di definizioni paludose come “spese di rappresentanza” o “trasferta”.

Nei fatti, i regolamenti ci sono, ma sono spesso talmente vaghi, che nemmeno i funzionari comunali o regionali, sanno dirvi con precisione cosa è ammesso e cosa no e l’impiego di fondi destinati all’attività pubblica, è appaltato alla coscienza del singolo. Ed è questa che la psicosi dello scontrino va a colpire e condannare. E attecchisce non sono nel processo alle singole intenzioni fatto da giornali e cittadini nei confronti del malcapitato e sì, troppo spesso malintenzionato, amministratore; ma anche nel soggetto stesso. Agitazione e paranoia s’impossessano improvvisamente di anche degli eletti più sfacciati.

In Emilia-Romagna, come in tutte le Regioni coinvolte nell’ondata d’inchieste ribattezzate “spese pazze” che tra il 2013 e il 2014 ha fatto cadere più di un governo e rinviato decine di consiglieri a processo, la psicosi dello scontrino aleggiava nei corridoi, e aveva influito a tal punto da bloccare perfino le attività politiche sul territorio: «se non sappiamo come possiamo utilizzare i fondi, chi si muove?», era il leitmotiv di consiglieri regionali abituati ad antichi fasti e ora nel pallone.

Famosa (e galeotta) fu una delle riunioni dei capigruppo, registrata dall’allora capogruppo Del M5S Andrea Defranceschi e consegnata su richiesta della Procura per essere acquisita come prova nel processo sui rimborsi a carico dei consiglieri: l’ex capogruppo Pd Marco Monari, era talmente esasperato dai controlli della Guardia di finanza e soprattutto dei giornalisti, allora accampati in Viale Aldo Moro, da non controllarsi più. «Ora, tutto quello che è stato fatto fino adesso è difficile da spiegare», si sfogava con i colleghi. «È inutile far finta di niente: la parte più critica delle spese ce l’abbiamo proprio su questo: pranzi, cene e rimborsi chilometrici». Era teso, insultava i giornalisti «sevi della gleba» e in particolare la Gabanelli, «quella tro**a». Se ne scuserà a posteriori: «era un periodo di fortissima pressione emotiva», dirà. Perché in quanto capogruppo aveva la responsabilità di tutti e 25 i membri eletti del suo partito, ciascuno dei quali usufruiva di una carta di credito con un plafond fisso al mese senza obbligo di rendicontazione: «Non posso sapere che cazzo fanno 25 consiglieri regionali dalla mattina alla sera in giro per l’Emilia Romagna, e soprattutto non lo voglio sapere». E gli scontrini stavano venendo fuori uno per uno. Compreso il più ridicolo: quello per il rimborso di un bagno pubblico (ebbene si) di 50 centesimi del consigliere Thomas Casadei: «scusate, ho sbagliato, li restituisco», risponderà.

Ecco, una frase del genere è al pari di Marino che dichiara di “regalare” 20.000 euro alle casse di Roma: è sintomo di una psicosi che non consente ormai più lucidità e abdica al buon senso. Ed è li che cominciano, se non ce ne fossero state prima, le colpe. Si mente, si insulta, non ci si ricorda e si dichiara a caso. Un po’ come l’ex capogruppo della Lega Nord, Stefano Galli che, dopo aver pagato il pranzo di nozze della figlia con i soldi della Regione e fior di consulenze al neogenero dotato di terza media, ha secondo lui trovato motivazione nei rapporti coniugali: «Tutta colpa di mia moglie, ma ora mi separo». Allora occhei.
Marco Monari finrà in disgrazia di lì a poco (e immediatamente abbandonato dal partito, com’è nelle migliori tradizioni del Pd) proprio perché dei fondi del Gruppo regionale faceva il suo lusso. Come molti, troppi altri.

Tuttavia, la psicosi degli scontrini, alimentata dal Movimento 5 stelle – che ne fa addirittura la propria (a volte unica) carta d’identità politica – e cavalcata da una magistratura un po’ troppo intenta ad apparire come castigatrice della classe politica corrotta sui giornali, ha spesso poco a che fare con la giustizia e ancor meno con il controllo. È un fenomeno mediatico che coinvolge indistintamente onesti e disonesti, e dal quale puntualmente non esce un sistema di rendicontazione più preciso e funzionante, per un semplice motivo: tranne il Movimento 5 stelle, che poi si trova a capire sulla propria pelle cosa significa amministrare, e capisce che senza soldi non è possibile, non lo vuole nessuno.

E sicuramente, non lo vuole Matteo Renzi.

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