Ahmed Djoghlaf e Dan Reifsnyder: a prima vista, nomi come altri. Più nello specifico, sono le persone attorno alle quali si va coagulando l’aspettativa per un accordo generale per contrastare il cambiamento climatico, in vista della Conferenza delle Parti Onu sul clima in programma a Parigi per il prossimo dicembre. COP21, acronimo che indica il 21° tentativo da parte della diplomazia mondiale di fermare il disastro ambientale da essa stessa determinato, è destinata ad essere vista come una Conferenza miliare negli oltre vent’anni di Convenzione Quadro sul clima.

Sarà dalle sponde della Senna che l’algerino Djoghlaf e lo statunitense Reifsnyder, presidenti del Gruppo di Lavoro specifico nato durante la COP in Sudafrica (l’ADP, Ad Hoc Working Group on the Durban Platform for Enhanced Action), capiranno se la proposta snella di testo proposta il 5 ottobre scorso vedrà la luce oppure no. Il nome (Co-chair tool, “strumento (di facilitazione) dei copresidenti”) è tutto un programma e testimonia le difficoltà che i negoziatori hanno affrontato in questi anni. Il testo, venti pagine contro l’ottantina delle proposte precedenti, si focalizza sui temi chiave, peccato che lo faccia con superficialità e nessuna ambizione.
Se l’obiettivo è fermare il cambiamento climatico, meglio abbandonare le aspettative. La proposta di accordo, che dovrà essere discussa a Bonn dal 19 al 23 ottobre proprio in occasione della riunione formale del gruppo di lavoro, se sdoganata sarà la base del negoziato parigino, ma se così sarà il rischio di un disastro ambientale è alle porte.
Si riconferma la tendenza ormai espressa a più riprese nelle Conferenze precedenti: si abbandona un regime vincolante, per quanto parziale e limitato, come per gli accordi di Kyoto, lasciando spazio a un approccio volontario. E’ qui che trovano la luce gli impegni nazionali, quei cosiddetti “Intended Nationally Determined Contributions (INDCs)” a cui non si è ancora aggiunto il sostantivo giusto, visto che il termine “contribution” è ben differente da “commitment” (che sta all’italiano “impegno”). Ad oggi, i 119 contributi che sono stati sottoscritti al segretariato Onu da parte delle Parti (i Paesi firmatari della Convenzione), per ora tutti volontari, porterebbero a 60 miliardi di tonnellate di CO2 le emissioni al 2030. Quando la comunità scientifica chiede categoricamente si arrivi a 35 miliardi di tonnellate.
Un avanzo enorme, che non assicurerebbe l’obbiettivo del mantenimento dell’aumento della temperatura media del pianeta sotto i 2°C rispetto al periodo preindustriale, come a più riprese indicato (sin dalla Conferenza di Copenhagen del 2009). Il target possibile è oltre i 3°C e le conseguenze le stiamo già osservando in questi mesi, con eventi estremi ed alluvioni, e un Mediterraneo sempre più tropicalizzato.
Ma se si affossa Kyoto nella sua filosofia vincolante, si lasciano a disposizione tutti i meccanismi di mercato, a cominciare dal carbon trading, che hanno permesso in tutti questi anni di aggirare le indicazioni della scienza, fingendo di tagliare solo contabilmente le emissioni. La compensazione di carbonio, e la compravendita di tonnellate di CO2, non ha invertito la tendenza inquinante, e il picco di CO2 richiesto per 2015 per poi scendere sarà anche quest’anno non rispettato. E la concentrazione oramai, secondo l’Osservatorio di Mauna Loa, ha ben superato le 400 parti per milione.
In vista di Parigi la società civile si sta mobilitando, e la convergenza dei movimenti sociali e delle reti per rendere Parigi un palcoscenico delle alternative e una piazza di pressione politica sta diventando sempre più efficace. La Coalition Climat 21 sta organizzando per la settimana dal 7 al 12 dicembre eventi e iniziative, con una giornata di azione globale il 29 novembre e la grande marcia per il clima il 12 dicembre per le strade di Parigi.
Ma molto di quelle giornate si gioca in questi mesi, con l’opposizione alle politiche di austerità e alla liberalizzazione dei mercati attraverso trattati di libero scambio come il TTIP e il TPP, che giocano un ruolo non indifferente nel consolidare un modello di sviluppo insostenibile.
E’ necessario un cambiamento di rotta profondo, radicale. Questo vogliono i movimenti e questo chiedono con un appello diffuso da 350.0rg e Attac più di 100 attivisti (tra cui l’italiana Fairwatch), studiosi, accademici e personalità della caratura di Desmond Tutu, Vivienne Westwood, Naomi Klein e Noam Chomsky.
Il caso Volkswagen dimostra quanto la tutela ambientale stia a cuore alle grandi imprese, con buona pace dei sostenitori del libero mercato. Ora, nuovamente, la parola passa ai movimenti.

*Fairwatch

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