«La vita di una donna iraniana, qualunque sia la sua posizione sociale o politica, è all’insegna della resistenza. E questa resistenza, tra mille difficoltà, rende la donna vincente» la regista iraniana Rakhshan Banietemad commentava così il Premio Osella per la migliore sceneggiatura ricevuto per Tales allo scorso Festival di Venezia.
Queste stesse parole sono perfette per descrivere anche un’altra vittoria, quella di Maryam Mirzakhani (foto in apertura), alla quale ieri è stato assegnata la medaglia Fields, il più importante riconoscimento nel settore tanto da essere considerato il Nobel della matematica.


Rakhshan Banietemad

Il premio viene assegnato ogni quattro anni a un massimo di quattro candidati sotto i 40 anni di età. Maryam Mirzakhani, nata a Theran e professoressa a Standford dal 2008, di anni ne ha 38. È iraniana, come Rakhshan Banietemad, e come lei ha sviluppato quello strano istinto di sopravvivenza che si chiama vittoria, ma che significa anche e soprattutto visibilità e riconoscimento in un Paese in cui le donne sono sottoposte all’autorità di padri, fratelli e mariti e a una legislazione restrittiva che tra le altre cose le obbliga a coprirsi con l’hijab. Anche quando si va al mare, anche quando ci si tuffa in acqua.
La vittoria – quel premio che sembra dire «non solo siamo uguali, ma possiamo anche correre con voi e a volte arrivare prime» – nel caso di Maryam è ancora più importante perché dal 1936, anno in cui fu istituita, nessuna donna aveva ancora mai vinto la medaglia Fields.
Ma appunto, le iraniane sono così.
E sono così anche quando sei la capitana della nazionale femminile di calcio e tuo marito non ti firma il permesso per partecipare alla finale della Coppa d’Asia perché il regime non vede di buon occhio che delle donne, seppur bardate fino all’impensabile, corrano dietro a un pallone. Troppo erotico. Troppo disdicevole per una moglie devota.

donne-iran

La notizia è di qualche giorno fa.
Ma le iraniane lo abbiamo detto corrono, non si fermano e in questo caso, anche se orfane del loro capitano, riescono a battere le giapponesi e a vincere la Coppa, anche per chi non c’era. Anche per lanciare un segnale al mondo: “Noi ci siamo. Esistiamo! E anche se tentate di fermarci mettendoci davanti mille ostacoli, siamo brave. E vinciamo”.

Elham_-Asghari

Come Elham Asghari, la migliore nuotatrice dell’Iran. Elham è una campionessa e il suo sogno è battere il record nazionale per farlo è disposta a tutto. Così, nel 2013, nuota per 20 km in aperto Mar Caspio con addosso un costume che bagnato pesa ben 6 chili. Per rispettare i rigidi dettami sull’abbigliamento femminile imposti dalla scari’a, Elham infatti è costretta a compiere la sua traversata in mare coperta da una muta da sub con sopra un camicione nero che arriva fino ai piedi e una cuffia coperta a sua volta dal famigerato hijab. «Nessuno vorrebbe nuotare così. Ma non avevo scelta». L’impresa è epocale Elham, ce la fa. Questa volta però vincere non basta perché le viene detto che il suo record non è valido, perché il costume con cui l’ha raggiunto lasciava intravedere forme femminili, era inappropriato e indecente. Ma Elham non si arrende e lancia una petizione per denunciare quanto successo sul sito change.org.

Il suo caso fa il giro del mondo e per il mondo ha vinto lei.

Secondo l’ayatollah Khamenei, attuale Guida Suprema dell’Iran sono radicalemte sbagliati i concetti di “parità tra i sessi” e ”il dritto al lavoro femminile”, che nemmeno Khomeini aveva messo in discussione all’epoca della Rivoluzione Islamica. La realizzazione personale di queste donne, l’ottenere premi e visibilità mondiale, è qualcosa di più di un trofeo da esporre in salotto. Qui in Iran è qualcosa che ha a che fare con la democrazia, un modo per sensibilizzare l’opinione pubblica sulla questione femminile e per contrastare il regime teocratico.
Perché Elham, Maryam, le ragazze della nazionale di calcio, Rakhshan esistono, sono brave, corrono e vincono.
Che il regime lo voglia o no.

Video | L’abbigliamento femminile in Iran dal 1910 a oggi

 @GioGolightly

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