Mentre in Italia continua a far discutere l’acquisizione di Rcs da parte di Mondadori, ovvero il neonato colosso che la stampa nostrana ha battezzato Mondazzoli, colpisce l‘assenza di Mondadori alla Buchmesse in corso a Francoforte fino a domenica 18 ottobre. La casa editrice milanese non ha un proprio stand come nelle edizioni passate. Ma a rappresentarla ci sono però, in ordine sparso, un buon numero di editor e  PR.

Quest’anno sono in tutto circa duecento gli editori italiani che partecipano alla kermesse tedesca, che non prevede solo vetrine e incontri con gli autori ma – a differenza del Salone del libro di Torino – si presenza come la più grande piazza europea di compra vendita di diritti. E se  (come piccoli e medi editori denunciano su Left in edicola da sabato 17 ) anche su questo terreno in futuro Mondazzoli potrà far la voce del padrone sbaragliando ogni altro competitor italiano, ancora per quest’anno, la variegata schiera di case editrici italiane presenti in Fiera provano a giocarsela. Molti di loro fanno base nello Spazio Italia, nel padiglione 5. Il clima che si respira? Secondo il presidente dell’Associazione Italiana Editori (AIE) Federico Motta, non è dei peggiori. Anche se i problemi sul tavolo sono ancora molti «si intravede un miglioramento per l’editoria italiana nel 2015 che tuttavia registra ancora il segno meno». Per cambiare davvero direzione di marcia occorrono «investimenti, innovazione, cambiamenti nel modo di essere editore. E a tutto questo stiamo lavorando con impegno, ma – avverte Motta – resta un problema di fondo: è arrivato il momento di smetterla con i proclami d’amore per il libro e la lettura che non si traducono in azioni serie ed efficaci». Per cambiare ritmo di marcia bisogna aver chiaro quali sono le priorità. In Francia  le hanno ben chiare, lascia intendere il presidente dell’associazione editori italiani ricordando che «33milioni di euro è il budget del Centre national du livre francese, meno di 1 milione quello del nostro Centro per il Libro. La verità – denuncia Motta – è che la classe dirigente, politica ma non solo, non sa cosa è un libro perché non legge nemmeno un libro all’anno: è così per il 39,1 per cento dei dirigenti e professionisti italiani, contro il 17 per cento di francesi e spagnoli. Il segno più o meno del nostro mercato, al netto di ciò che possiamo fare noi come settore, è solo una conseguenza».

In Italia il segno meno riguarda il numero dei lettori che, secondo dati Aie e Nielsen, si restringe di 848mila (-3,4 per cento), mentre si ridimensiona il mercato (-3,6 per cento) e si conferma l’andamento negativo nel numero di titoli pubblicati (-3,5 per cento) . Di fatto sono 97,5milioni di euro di minori ricavi. E se il mercato dell’e-book supera il 5 per cento del mercato librario totale contro il 15 per cento atteso da previsioni del 2010. A fronte di tutto questo però l’anno scorso si è registrato in Italia un aumento di titoli per ragazzi (+5,9 per cento) ma interessante è anche il fatto che la vendita di diritti di autori italiani all’estero registra un +6,8 per cento nel numero di titoli trattati e l’export di libri italiani all’estero segna un fatturato di 40milioni di euro (+2,6 per cento sul 2013).

Vista da Francoforte tuttavia l’Italia continua a distinguersi molto dal resto d’Europa, posizionanandosi gli ultimi posti della classifica per quanto riguarda il numero di lettori. La Francia è uno dei Paesi che si sono presentati in forma migliore questa Buchmesse aperta da un discorso di Salman Rushdie,che vede L’Indonesia ospite d’onore e schiera 7300 espositori di oltre 100 paesi. Il mercato editoriale Oltralpe sta vivendo un momento di rilancio, con il mercato della fiction che segna +13,9 per cento mentre il settore bambini segna +10,5 per cento.

@simonamaggiorel

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