Ci sono voluti ben 10 anni di lavoro e ricerca per mettere insieme la mostra Partigiani di un’altra Europa, dal 25 ottobre all’8 dicembre a Trieste nelle sale di Palazzo Gopcevich. Lo straordinario lavoro fotografico firmato da Danilo De Marco e i testi di scrittori, storici e giornalisti che lo accompagnano permettono uno straordinario viaggio nella memoria collettiva della Resistenza di tutta Europa. Un viaggio raccontato attraverso 59 volti, ritratti in primo piano, da vicino, vicinissimo anzi, e stampati per la prima volta su carta fotografica, in grandi dimensioni. Qui le parole di Erri De Luca danno voce all’anima della mostra e ricordano la stora della Resistenza d’Europa.

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foto di Danilo De Marco

Una persona può lasciare solo una cosa che continuerà ad appartenerle, il nome.
La peggiore condanna è tramandarne uno cattivo. Sono contrario alla prigionia dei vecchi, anche se maledetti, come i responsabili dei crimini di guerra. Tenere in cella un ex nazista, un Pinochet novantenne, è umiliante per il carceriere e poco toglie al reo. È giusto istruire i processi, portare alla sbarra il criminale anche da vecchio, interrogarlo davanti ai superstiti, alle generazioni seguenti.
È giusto condannare alla pubblica infamia il suo nome. Quella sarà la sua pena irreparabile, lasciare un nome che fa rabbrividire di disgusto, che spinge gli eredi a cambiarlo.
Le facce visitate e raccolte da Danilo De Marco lasciano un buon nome, un bene che si allarga ai discendenti ma che resta intera proprietà di chi lo portava. Il nome è l’eredità. Di queste facce il titolo, il predicato resterà: combattente per la libertà.
I fascismi crollarono per la loro avventura in guerra. I fascismi che si astennero durarono a lungo in Spagna, in Portogallo. Ci voleva la guerra, voluta dai regimi di Germania, Italia, Giappone, per sconfiggerli. Allora fu giusto, per riscattare il nome del loro Paese, che una minoranza di italiani prendesse le armi contro gli occupanti tedeschi e gli altri italiani al loro servizio. Fu giusta la guerra civile, l’attacco di una minoranza in inferiorità numerica contro un esercito ben addestrato che reagiva con rappresaglie e stragi di inermi. Il Millenovecento è stato un secolo specializzato in sterminio di indifesi, più che di soldati.
Allora è stata giusta la guerra secondaria combattuta nell’aspro dei monti, nella clandestinità urbana. Quella lotta armata non poteva decidere la sorte di quell’urto mondiale tra eserciti, ma poteva contribuire alla sconfitta dei fascismi e al buon nome di un popolo nuovo.

I fascismi crollarono per la loro avventura in guerra. Fu giusta la guerra civile, l’attacco di una minoranza contro un esercito ben addestrato. Il Millenovecento è stato un secolo specializzato in sterminio di indifesi, più che di soldati

Solo in Jugoslavia la guerra partigiana riuscì da sola a vincere contro nazisti e fascisti, senza intervento di russi e di americani. Da noi la lotta armata partigiana fu guerra secondaria, perciò più amara, più dura da combattere davanti all’evidenza che i fascismi alla fine del ’43 erano in rotta e il loro crollo solo questione di tempo. Quei nostri partigiani, quella spicciola minoranza di popolo agì lo stesso per guadagnarsi il dopoguerra della dignità. Quella minoranza si procurò il rispetto, poi l’affetto di una maggioranza che stava a guardare alla finestra, aspettando la fine della guerra. Solo anni più tardi quella maggioranza si mise a celebrare la lotta partigiana. L’Italia di quel primo dopoguerra credeva ancora nella monarchia, nella più sbracata famiglia di regnanti in fuga di tutta la storia moderna di Europa.

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foto di Danilo De Marco

E ci volle un referendum a conteggio assistito, incoraggiato, per dichiarare l’Italia una Repubblica.
L’Italia del dopoguerra mise in soffitta le donne e gli uomini che l’avevano liberata a mano armata. E oggi queste sono le ultime facce, l’ultima stesura di una gioventù coraggiosa che fece la cosa giusta al prezzo più alto.
Lasciano un buon nome, di quelli da nominare a una tavola alzandosi in piedi e toccando bicchieri alla loro salute.

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