Ciao sono io / Buonasera Dottore / Amore mio / Sì mi dica / … Vieni almeno per un po’… stasera non dirmi di no / No, no, stia tranquillo. Adesso faccio un salto da lei.
Era il 1974 – ricorderete, Claudia Mori che cantava languida al telefono – per comunicare bisognava parlarsi e il filo del telefono raramente collegava sfera lavorativa e privata. Nella società industriale, la concentrazione spaziale dei lavoratori necessitava di una rigida sincronia degli orari, i cancelli della fabbrica dividevano luoghi fisici, ma anche spazi mentali: dentro il tempo di lavoro, fuori il tempo soggettivo, separati all’istante dalla bollatrice “marcatempo”. I pochi ruoli tenuti a essere reperibili rispondevano a emergenze oggettive: il medico svegliato da un’urgenza, il pompiere che salta giù dal tubo, il magistrato sul luogo del delitto. I giornali raccontavano che il “bottone rosso” per lanciare i missili nucleari era pronto 24 ore su 24, a sottolineare tutta l’eccezionalità dell’assenza di scansione temporale.

pronostico demone della reperibilità

Poi, con la rivoluzione dei mezzi e degli strumenti di comunicazione degli anni Ottanta, i mercati globalizzati iniziano a operare senza sosta. Mentre le distanze fisiche si accorciano, i tempi della produzione e degli scambi si dilatano, senza più distinzione tra giorno e notte, feriali e festivi. I primi a sperimentare l’invadenza del lavoro nella vita privata sembrano perfino privilegiati: uomini d’affari orgogliosi di farsi ritrarre con ingombranti telefoni portatili mentre impartiscono ordini dal bordo della piscina, e vincenti manager, patologici workaholic. Nel nuovo secolo tocca al popolo.
Il vecchio istituto contrattuale della reperibilità “sul” lavoro normava le fasce orarie e i relativi compensi, che si aggiungevano al salario; la legge Biagi del 2003 introduce la reperibilità “per” il lavoro: nel “lavoro a chiamata” il dipendente just in time viene utilizzato e retribuito occasionalmente, oltre a percepire un modesto indennizzo per l’attesa davanti al telefono. Ciao sono io / Ah, ciao, speravo fosse il Dottore vero. Oggi non serve nemmeno l’indennizzo, perché la tecnologia digitale sta estendendo il modello Uber a svariate prestazioni: autisti, facchini, pulitori, artigiani sempre connessi per rincorrere poche ore di servizio retribuito. Perfino per fare i disoccupati occorre essere reperibili: i beneficiari della Naspi devono partecipare ad attività di formazione e orientamento comunicate con un preavviso minimo di 24 ore e massimo di 72 ore, altrimenti possono perdere il lauto sostegno al reddito. Sia mai che se la spassino alle Maldive.


Lo stress di chi è reperibile è dovuto all’imprevedibilità. Non conta quanto squilla il telefono, ma quanto rimane acceso. Non pesa lavorare di più, ma non “staccare” mai


Per tutti gli altri, scelta e costrizione si confondono. Smartphone e tablet collezionano, spesso volontariamente, ogni dettaglio della vita familiare, sociale e lavorativa, sfumandone sempre più i reciproci confini. La pasta e broccoli cucinata nel week end si condivide (solo virtualmente) con amici e colleghi, ma nell’altra direzione anche i file di lavoro varcano i cancelli, salgono sul bus, entrano in casa, reclamano attenzioni, notifiche, mail di risposta. Da benefit e simbolo di status, il telefonino aziendale si è rivelato essere la pesante palla al piede che incatena al lavoro. Vale sempre di più anche per i dispositivi personali: ore di coda all’Apple Store per comprare una palla più pesante e una catena più stretta. Si scopre ora che lo stress da iper-connessione può danneggiare salute e produttività e molte multinazionali hanno già introdotto dei limiti, vietando l’invio di messaggi dopo le 18 o addirittura spegnendo i loro server (come la Bayer). Misure analoghe potrebbero presto entrare nel codice del lavoro in Francia, dove uno studio governativo ha caldeggiato il “diritto alla disconnessione”. Ben venga dunque la riduzione del danno.

 

Il demone della reperibilità, da cui ha preso ispirazione questo articolo, in una striscia del blog di Zerocalcare

Tuttavia non è solo un problema di tecnologie e della loro regolamentazione, ma del sistema produttivo e culturale a cui queste concorrono. Se l’operaio-massa (idem l’impiegato) deve eseguire operazioni ripetitive e standardizzate, all’impresa è sufficiente il rigido controllo gerarchico, nelle otto ore date. Ma nell’industria specializzata e nel terziario avanzato è necessario mettere all’opera tutte le risorse intellettuali ed emotive dei dipendenti. Secondo i filosofi francesi Pierre Dardot e Christian Laval «il problema oggi è governare un essere la cui soggettività deve essere integralmente coinvolta nell’attività che gli è assegnata. […] far sì che l’individuo lavori per l’impresa come farebbe per se stesso». Più che il bastone serve la carota: autonomia organizzativa ed elasticità dei tempi. Il boss della Virgin Richard Branson intende eliminare orari, uffici fissi, ferie contingentate: ogni dipendente – sostiene – è responsabile di se stesso, decide lui quando e dove lavorare in funzione degli obiettivi dati. Scompare così qualsiasi barriera di separazione fisica, temporale e psicologica dalla vita privata. Scompare lo stesso concetto di reperibilità, che presuppone ancora una distanza tra lavoro e vita. Giacché questa immaginifica visione di futuro lascia intatta solo la vecchia cara libertà di licenziamento, non pare esattamente una pacchia.

 

Questo articolo continua sul numero 43 di Left in edicola dal 7 novembre

 

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