«Ma è proprio vero che la Legge di Stabilità 2016 presenta il segno più?». La domanda che si pone la campagna Sbilanciamoci! è più che legittima, visto che è proprio sulla retorica anti austerità che puntano Matteo Renzi e i suoi, difendendo la manovra. «Può darsi, ma non a favore di tutti», è la risposta, argomentata nel rapporto che Sbilanciamoci! ha presentato al Senato: «Il segno più possono registrarlo sicuramente ricchi e imprese. Non i giovani disoccupati che vorrebbero lavorare o, almeno, avere un reddito minimo. Non molti dei lavoratori scippati dalla riforma Fornero della loro pensione alle porte. Non gli studenti in attesa di un piano nazionale per il diritto allo studio. Non i genitori in cerca di servizi per l’infanzia accessibili. Non i pensionati ai limiti della soglia di povertà. Non i lavoratori pubblici imprigionati in un contratto bloccato da almeno sei anni e per i quali si prevedono pochi spiccioli».

L’analisi di Sbilanciamoci! è accompagnato come ogni anno dal controfinanziaria degli economisti della rete: 89 proposte dettagliate e quantificate, una contromanovra di 35 miliardi, «in pareggio come sempre», specificano, da contrapporre ai «31,6, impiegati male, della manovra del governo».

La contromanovra è presentata nel consueto rapporto e – per la prima volta – su una nuova piattaforma on line. Un’infografica (qui sotto) illustra in modo dinamico i flussi delle risorse. Da dove vengono e dove vanno i soldi. E se l’intervento sul lavoro e sul reddito minimo (600 euro al mese per un milione e mezzo di persone) è finanziato dall’eternamente inascoltato taglio delle spese militari, F35 in testa, molte risorse arrivano da una diverta modulazione del fisco.

 

La proposta della campagna spinge per introdurre una «vera tassa sulle transazioni finanziarie», per «la rinuncia all’abolizione della Tasi prevista nel Ddl di Stabilità 2016, l’abolizione della cedolare secca sugli affitti a canone libero», e «il mantenimento della riduzione dell’Ires a partire dal 2017». C’è poi una diversa e più equa rimodulazione dell’Irpef, «che riduce di 1 punto le aliquote sul I e II scaglione di reddito e aumenta invece l’aliquota dal 41 al 44 per cento sul IV scaglione (da 50.001 a 75.000 euro), dal 43 per cento al 47,5 per cento sul V scaglione (tra i 75.000 e i 100.000 euro) e la porta al 51,5 per cento per i redditi superiori ai 100.000 euro, con corrispondente creazione di un VI scaglione».

Si immagina poi di introdurre in finanziaria (e non alla buona volontà del Senato dove giace una proposta di legge) poi il congedo di paternità obbligatorio di 15 giorni. Immancabile è la riduzione di 1,5 miliardi per gli stanziamenti pubblici per le grandi opere (Tav e Mose in testa), destinando le risorse al contrario a «investimenti capillari su piccole e medie opere utili per il Paese». Un classico da retorica, ma una proposta inascoltata.

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