Tutto quello che nel 1997 cantava in una delle canzoni più azzeccate degli ultimi vent’anni, “Quelli che benpensano”, Frankie Hi-nrg mc, torinese di nascita, siciliano di origine, lo pensa ancora. È una canzone attualissima quella sui “benpensanti” che sono ancora lì, intorno a noi, e non hanno preso a modello la sua canzone, sostiene divertito, e – come cantava allora – «sono rimasti medi come i ceti cui appartengono». Ma il più significativo dei nostri rapper, cantautore attento e preparato, e pure fotografo ormai (una mostra a Newyork e una, prossimamente, a Milano), quest’anno ha una canzone in corsa allo Zecchino d’oro. “Zombie vegetariano”, è il titolo. È strano? No. «È un grande privilegio», ci dice Frankie, perché i bambini sono «il pubblico migliore che si possa avere», e i bambini, anzi, «dovremmo ascoltarli anche noi». Di più.
Perché questa volta hai deciso di scrivere una canzone per i più piccoli?
L’universo infantile, quello dello Zecchino ma anche delle sigle dei cartoni animati, mi appartiene da sempre. Quei dischi sono ancora sui miei scaffali, sono i primi con cui ho provato a fare lo scratcher e sono spesso fonte di buone ispirazioni. L’idea di poter creare qualcosa di nuovo e di finire su quel mio scaffale, mi è piaciuta subito tantissimo.
Come si scrive una canzone per bambini?
Il pubblico infantile è il migliore che si possa sperare di avere, è attento, esigente, ma non ha secondi interessi e fa domande, ti aiuta a comprendere qualcosa della tua stessa arte. Non ho mai amato le canzoni che parlano di concetti astratti, quelle che mi dicono che è bello l’amore o cose così, e mi piacciono invece quelle che declinano i concetti con delle metafore, o con delle storie, e magari che mi fanno ridere. È quello che ho cercato di fare.
Tu che bambino sei stato?
Ho avuto la fortuna di frequentare amici molto stimolanti e di aver imparato fin da subito cosa significa stimolare.
Astronauta, calciatore, pompiere: cosa avresti voluto fare da piccolo?
Il fornaio o il falegname, che sono lavori che mi davano la sensazione di fare qualcosa. La famiglia di mio padre ha una tradizione di falegnameria: gli ebanisti di Monreale erano famosi. Lavorare nel mondo dello spettacolo non è mai stata una mia particolare velleità, anche se non mi sono mai tirato indietro quando c’era da parlare a più persone o mettermi in gioco, dire la mia.

 

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